L'affettuoso ricordo di un amico a tre anni dalla scomparsa di Viola, presidente dell'ultimo scudetto

Caro Dino,

Tre anni. La lunga notte della Roma ha appena lasciato spazio a un meno cupo mattino, ma il sole alto degli Anni Ottanta appartiene al mondo dei ricordi e dei rimpianti. Un decennio che la Roma aveva vissuto, e soprattutto felicemente celebrato, nel nome di Dino Viola: figlio adottivo della città, dall'infanzia legato all'amaranto e oro della bandiera capitolina, trasferito nel giallo e rosso di una società ricca di belle tradizioni, ma da troppo tempo confinata nell' anonimato.
Pensare in grande: una filosofia nuova per una società che aveva tifato avanti a pizza e fichi, passione e buona volontà pari all'inadeguatezza delle risorse economiche, o magari un po' di voglia di facile ribalta a prezzi stracciati.
Pensare in grande, dicevo: e non è neanche una contraddizione, se si pensa al Dino Viola sapiente amministratore, attento a trovare risorse insospettate nelle pieghe del bilancio, come la famosa storia dell'ipoteca su Trigoria, un buon affare spacciato per crisi da canna del gas. Che la Roma avesse intrapreso una svolta forse risolutiva della sua storia, lo si era intuito fin dal primo contatto con l'appena insediata presidenza.
Viola non era certamente un nome nuovo per gli addetti ai lavori, da lunghissimi anni avendo dedicato alla squadra e alla società tempo e affetti, in ruoli di minor prestigio. Ma subito si era intravista la volontà di affrancare la Roma da una sorta di sudditanza nei confronti dei club tradizionalmente all'avanguardia.
Non un programma di sopravvivenza, ma un piano ambizioso, accolto perfino con quel pizzico di scetticismo che inevitabilmente le esperienze meno felici suggeriscono. E fatti concreti, immediatamente: il ritorno di Liedholm, il tecnico che aveva firmato la sola parentesi dignitosa della storia più recente, il terzo posto del 1975. E non era un nome da niente: Liedholm aveva appena consegnato al Milan il decimo scudetto, il tricolore della stella.
Se aveva accettato di rinunciare all'avventura del a Coppa dei Campioni, evidentemente aveva compreso che i buoni propositi espressi dalla nuova dirigenza romanista erano qualcosa di diverso dalle meritevoli intenzioni puntualmente disattese dai fatti, tipiche delle gestioni precedenti, anche di quella siglata da una persona mite e bene educata come Gaetano Anzalone. Ma al di là del rilancio della Roma, obiettivo preciso di Dino Viola era il riscatto di un calcio centromeridionale da troppo tempo avvilito dallo strapotere dei club del Nord, dal peso politico tradizionalmente influente. Una politica combattuta a viso aperto, perché la Roma, ma anche il Napoli e perfino quella Lazio che nei primi Anni Ottanta era spesso esclusa all'élite nazionale, non fossero più i parenti poveri nell'ambito di un'organizzazione incapace di garantire reali equilibri.
Era apparsa, quella di Viola, una partenza lancia in resta contro le pale di un inespressivo mulino a vento, invece la sua fermezza avrebbe determinato un profondo mutamento nel panorama calcistico italiano, lasciando intendere che lavoro e organizzazione meritano riconoscimenti precisi al di là delle situazioni geografiche. Grande coraggio, dicevo: e non gliene sarebbe stato grato il Palazzo, mai in passato così assiduamente, e così da vicino, "controllato" e censito: fino all'ultima amarezza, la storia del doping vissuta nei giorni in cui più pesantente il malessere fisico si era aggiunto quello spirituale.
Dal Palazzo, Dino Viola avrebbe avuto una mano nella sola occasione in cui singolarmente, forse un diverso atteggiamento avrebbe reso un più onesto servigio alla giustizia, e magari alla Roma stessa: si parla del "caso Falcao", legato al nome del giocatore che, a fianco Liedholm e con Viola immancabile punt di riferimento, era stato l'artefice dell' impresa dello scudetto e della costante competitività della squadra a livello di vertice.
Che cosa abbia rappresentato per la Roma la presidenza di Dino Viola, è fin troppo facile valutarIo limitandosi alla semplice rilettura di dati statistici, dallo scudetto alle Coppe Italia, alla finale di Coppa dei Campioni, al recuperato prestigio nazionale e internazionale, alla ricostruzione di un'immagine societaria troppo di frequente avvilita in passato.
Ma questa non vuole essere una celebrazione, a tre anni dalla scomparsa del più grande Presidente della storia giallorossa: celebrazione che del resto Dino Viola avrebbe accolto senza esaltarsi, da saggio che conosce la volubilità degli umori, soprattutto nell'ambiente del calcio.
Vuole essere qualcosa di più personale e sentito, il ricordo affettuoso di un amico al quale stranamente mi univano anche le occasioni di contrasto, per quella comune vocazione a interpretare i fatti, sempre e comunque, nel segno dell' onestà e della pulizia morale. La polemica eventuale non modificava il reciproco rispetto dei ruoli, un civile rapporto umano che ci consentiva di discutere a colazione o durante una serata di festa, su problemi che ci trovavano divisi.
Mi piace ricordare il Viola delle passeggiate sui prati altoalesini, delle gite al ristorante caratteristico del Cortinese, perfino del buffo tango ballato insieme, proprio a Vipiteno, per fare un po' i pagliacci, nel segno del disincanto.
Ti ho voluto bene, Dino. Tanto sincero affetto penso di doverti dedicare ancora, nel ricordo.

GIANFRANCO GIUBILO (Tratto da La Roma del Gennaio 1994)