Dino Viola, il peso di una assenza
di Gianfranco Giubilo
Un grigio, anonimo sabato di gennaio. La notizia, temuta ma purtroppo non inattesa:
Dino Viola se ne è andato, il popolo rossogiallo piange il suo Presidente
più amato, l'uomo che aveva riportato il tricolore a Roma dopo oltre
quarant'anni. Il giorno dopo, con il lutto al braccio e nel cuore, sotto choc,
la Roma perde all'Olimpico contro il Pisa, ma il tifo ha lacrime soltanto per
il papà che l'ha lasciato orfano, privandolo anche dei suoi sogni.
Sono trascorsi otto anni da quel sabato crudele, il 19 di gennaio, la fine di
una storia intensa e appassionata, a metà di una stagione che in ottobre
aveva già lanciato nefasti segnali con la vicenda di Carnevale e Peruzzi
traditi dal Lipopill, nome grottesco per un episodio altrettanto grottesco.
Undici, gli anni di una presidenza voluta e inseguita con la caparbietà
e la tenacia di chi il suo posto al sole, nella vita, si era guadagnato senza
gratificanti eredità o privilegi di casata.
Quando Gaetano Anzalone, in lacrime, si era arreso adeguandosi a passare la
mano, per la Rometta delle facili ironie e del «pizza e fichi» avrebbe
avuto inizio l'età dell'oro, una continuità di vertice mai conosciuta,
e neanche sfiorata, nei precedenti cinquanta e passa anni di storia. Sarebbe
limitativo ricordare il ritorno a Roma di Liedholm, la scelta di Falcao, la
credibilità restituita alla vecchia bandiera porpora e oro, lo scudetto,
le Coppe Italia.
Penso che a Dino Viola debba essere riconosciuto, in primo piano, la battaglia
condotta per incrinare, se non infrangere, il muro di potere che le tradizionali
padrone del calcio italiano avevano eretto a difesa di storiche posizioni di
privilegio. Una battaglia che aveva visto Dino Viola assediato, osteggiato quasi
ai limiti dell'emarginazione. Ma infine vincente nel segno dello stesso carattere
e della stessa testardaggine che lo aveva portato alla guida della squadra da
sempre prediletta. Lui, ligure di nascita ma capitolino affettivo fin dall'infanzia,
di Roma e della Roma innamorato, mai disposto alla resa di fronte a lunghe resistenze.
Nel segno di un'amicizia sincera nel rispetto dei ruoli, e della quale tuttora
sono fiero, mi piace ricordare il Dino Viola delle sottili dispute dialettiche,
il «violese» che tutti impegnava in disagevole esame di interpretazione;
il Dino Viola degli entusiasmi e dei sorrisi; il Dino Viola della fondamentale
serenità di fronte ai momenti difficili e amari, che non sono mancati.
Otto anni non sono pochi, Presidente: ma il distacco ancora pesa, crudelmente.
Con il rimpianto.
Tratto da Rosso e Giallo del Febbraio 1999
