Dino Viola, il presidente che seppe anticipare il futuro

di Stefano Petrucci

IL RICORDO - Il 19 gennaio di 10 anni fa moriva l' "inventore" dell' ultimo scudetto giallorosso Dino Viola, il presidente che seppe anticipare il futuro Se ne andò inseguito da uno scandalo costruito per fargli male e dalla rabbia di non aver regal ato ai romanisti un altro scudetto.
19 gennaio 1991, dieci anni fa e sembra ieri. Sembrerebbe ieri anche a lui, Dino Viola, se potesse tornare in mezzo a noi e accorgersi che il "Lipopil" e' sempre d' attualita' , anzi s' e' evoluto in altri veleni m icidiali; che gli arbitri sono sempre un' incognita nera; che alla Roma (e anche alla Lazio) servirebbe uno stadio tutto proprio, come quello che voleva lui; che tanto per cambiare la nemica numero uno dei giallorossi si chiama Juventus; che il suo e rede alla presidenza per provare finalmente a batterla, dopo aver preso un tecnico dal Milan (Capello, come Liedholm), s'e' svenato per comprare un Pruzzo (Batistuta) e un Falcao (Emerson). Questo, magari, gli farebbe piu' piacere di tutto il resto: perche' si sentirebbe attuale, al passo coi tempi. Dino Viola, che detestava cordialmente chi gli rammentava gli anni che correvano via, era il primo a riconoscere la qualita' altrui. Se necessario, a imitarla. In qualche modo, nei giorni duri che l o accompagnarono verso gli anni ' 90, aveva capito che il calcio - quello che aveva saputo dominare - lasciava sempre meno spazio all' ironia, alla scaltrezza, all' inventiva. Colpito da uno striscione steso al Flaminio, dove la Roma si ritrovo' segr egata dalla disorganizzazione di Italia ' 90, invio' una lettera aperta a Raul Gardini, che l' immaginario tifoso aveva eletto suo successore ideale: "Se vuole, le consegno il mio club". Gardini declino' l' offerta e forse fu meglio così.
Viola con sumo' gli ultimi giorni in mezzo ai colori che lo avevano fulminato, lui nato ad Aulla, nelle Cinque Terre, in un pomeriggio pieno di sole e di bandiere al vento vissuto a Testaccio. Diventato romanista per caso, insegui' quei colori per anni, fino a strapparli ad Anzalone, nel ' 79. "Si puo' vincere anche in questa citta' di palazzinari", disse per una volta senza ricorrere al violese. Quattro anni dopo, scavalcando avversari e ingiustizie, mostro' al mondo che era vero. Poi, il destino cinico e baro volle che non gli riuscissero piu' miracoli. Tranne quello di non farsi dimenticare.

Tratto dal Corriere della sera di venerdi , 19 gennaio 2001