ESTATE 1984: NON C'E' PIU' DI BARTOlOMEl, SI FA LUCE GIANNINI
La panchina a Eriksson
Liedholm dopo cinque anni non viene riconfermato. Il vostro cronista é incaricato da Viola di contattare Trapattoni che poi però resta alla Juve. Così arriva lo svedese
Falcao
non aveva voluto battere il rigore, quella sera contro il Liverpool, e nella
delusione erano sbocciati i fiori maligni della gelosia. Paulo Roberto fu accusato
di vigliaccheria, e al contrario era stato un atto di coraggio: confessare di
non sentirsi in grado di assumersi una decisiva responsabilità, per un
campione, un leader, è l'umiliazione massima. Restarono delle ombre,
Falcao non era più un tabù, il simbolo inviolabile. Intanto alla
sua ombra, in quel campionato, aveva ripreso posto in qualche occasione, un
giovane destinato ad avere grande parte nella storia romanista degli ultimi
dieci anni: Giuseppe Giannini. Non suscitò grandi entusiasmi, in quelle
atmosfere di cose finite, in quelle ansiose attese di novità, la conquista
della quinta Coppa Italia, la seconda consecutiva. In finale, la Roma incontrò
il Verona e stentòmolto ad imporsi: all'Olimpico vinse per un autogol
di Ferroni. Nessuno poteva immaginare che quel Verona stava per aprirsi la strada
al suo primo scudetto, vinto nel campionato successivo.
Le novità ci furono, nella Roma, e addirittura imponenti. Viola, dopo
aver saggiato il terreno presso Gianni Trapattoni -e ben lo sappiamo perchè
in quella circostanza ci pregò di fare da ambasciatori- decise per uno
straniero, Sven Goran Eriksson, appunto. Il mancato arrivo di Trapattoni fu
provocato da un fuga di notizie. Eravamo a Torino per un derby tra Juve e Toro.
In procinto di recarci all'aeroporto, fummo raggiunti da una telefonata: Viola
ci pregava di accertare se Gianni Trapattoni era disposto a venire a Roma. Perchè
ci chiamava in causa, evitando di rivolgersi direttamente all'allenatore? Perchè,
ci fu spiegato, in un momento delicatissimo la Roma non voleva esporsi, correre
il rischio di essere pescata con le mani nel sacco proprio dalla Juve. Invitammo
Trapattoni a cena, e fu difficile convincerlo.
Quasi emozionandosi, Gianni disse che la prospettiva lo lusingava per due ragioni:
1) aveva promesso alla moglie, che è di Grottaferrata, un ritorno ai
Castelli Romani, alla fine della carriera; 2) voleva evitare di essere licenziato
per essere arrivato secondo. «Perchè, disse, questo è il
mio grottesco destino nella Juventus». La Roma e la Juve erano di nuovo
impegnate in una accesa sfida diretta per lo scudetto. «In queste condizioni,
concluse Trapattoni, ogni discorso cadrà, e io smentirò tutto,
se apparirà una sola riga su un giornale, anche in forma di semplice
ipotesi». Passò un mese, e qualche cosa sui giornali uscì.
Boniperti convocò Trapattoni: «Che significa, questo?». «Assolutamente
nulla». «E allora, firma qui». E Trapattoni firmò,
in bianco, il contratto che Boniperti gli sottopose.
Sven, l'enfant prodige
L'ingaggio
di Eriksson fu un'altra delle battaglie contro il Palazzo, che tanto eccitavano
Viola. Eriksson come straniero non poteva sedere in panchina: Viola aggirò
l'ostacolo presentando come allenatore Roberto Clagluna, un avveduto tecnico
di estrazione laziale. Viola, orgoglioso soprattutto di aver imposto, ancora
una volta, il proprio punto di vista, e innamorato del suo ruolo (calcistico)
di anarchico-rivoluzionario, annunciòenfatico: «Eriksson è
uno scienziato del calcio». Lo era, soprattutto in rapporto all'età.
Eriksson aveva guidato il Benfica, dopo aver vinto una coppa Uefa con il Goteborg;
un autentico «enfant prodige», così timido, riservato, composto.
Il suo arrivo fu salutato con un certo compiacimento, e le ragioni erano molte,
anche se non tutte aderenti alla realtà. Innanzitutto, l'arrivederci
di Liedholm (sì, perchè ritroveremo il Barone, tra poco, di nuovo
alla guida della Roma) era dato per scontato da un pezzo. Eriksson rappresentava
una novità assoluta e sembrava custodire i segreti di un calcio avveniristico.
Infine, lo svedese era tanto accattivante, disponibile, vulnerabile, che opporgli
contestazioni preconcette sembrava davvero fuori luogo. Un'esultanza del tutto
gratuita, invece, era quella che riguardava le concezioni tattiche di Eriksson,
annunciato come il continuatore della linea ideologica di Liedholm. II che poteva
anche essere vero in astratto, essendo anche Eriksson fautore della zona. Solo
che Liedholm aveva inventato un gioco-marmellata, sicuramente geniale ma appiccicaticcio
e un po' noioso; Eriksson invece, pur così timido e sempre pronto ad
arrossire, così pacifico, nella professione sembrava un vikingo incarognito:
lui pensava solo allo scontro. Chiudeva i pugni e li batteva uno contro l'altro:
il suo calcio era estremamente dinamico, ultramoderno davvero, fatto di scintille.
Addio, "Ago"
Agostino
Di Bartolomei non c'è più. Non c'è nella Roma che Eriksson
si prepara a varare. Lui, il capitano: dopo undici stagioni giallorosse e 237
partite. Non c'è più adesso, tra noi: s'è sparato un colpo
alla tempia, sulla terrazza di casa a San Marco di Castellabate, l'anno scorso.
C'è una correlazione tra i due abbandoni: uno semplicemente professionale
e solo velato di amarezza, l'altro disperatamente umano e tragico? Forse sì.
Rimanemmo sgomenti, alla notizia della morte di Agostino, e attoniti davanti
ad un fatto inspiegabile. La lucidità mentale di «Diba»,
la sua compostezza di carattere, avevano sempre escluso qualsiasi gesto smodato,
nell'euforia e nello sconforto. Sembrava inattaccabile, era come se si allontanasse
sempre, per non essere coinvolto. Di Bartolomei aveva una riservatezza un po'
discriminante, nel senso che non sempre accettava di confondersi tra gli altri.
O di somigliare agli altri nei comportamenti. Le sue undici stagioni romaniste
ricordano un solo momento liberatorio: quando «Diba», nella gara
con l'Avellino, terz'ultima di campionato, il 1 maggio 1983, segna il secondo
gol e regala virtualmente lo scudetto alla Roma. La Juventus è lontana
quattro punti e mancano due sole partite: un recupero appare impossibile. Quella
nostra incredulità, rimane intatta tanto tempo dopo. E inspiegabile ci
appare ancora il suo gesto.
L'unica
via percorribile, per penetrare il doloroso mistero, ci sembra proprio quella
del suo allontanamento dalla Roma, della sua mai spenta speranza di ritorno,
del suo offrirsi pieno di pudori, delle tiepide e inconcludenti risposte avute;
delle difficoltà e del disagio mai superati, lontano all'ambiente calcistico;
della tremolante fede in se stesso, nella convinzione o nel timore di essersi
avventurato in un terreno per lui impraticabile e di aver commesso un imperdonabile
peccato d'orgoglio. La strada da risalire sembra proprio quella della sua consapevolezza
più amara: la futilità del lungo amore giallorosso, da quand'era
ragazzino alle Tre Fontane, e già appariva diverso da tutti, più
maturo, più convinto e risoluto: fino al trionfo dello scudetto, alle
sue stagioni da leader. Forse un legame c'è, tra quel giorno in cui lasciò
la Roma e il disperato momento di San Marco di Castellabate, e la conferma risiede
proprio dall'ultimo messaggio lasciato:« II mio grande errore è
stato quello di cercare di essere indipendente da tutto e di aver acquistato
un terreno a San Marco, invece di lavorare a Roma». Tutti quelli che lo
avevano conosciuto, lo hanno ricordato con sintesi perfette: Liedholm: «Sembrava
triste, ma sapeva ridere e aveva sempre la battuta pronta». La signora
Viola: «Era amato dai tifosi, mi dispiace che tutto questo non sia bastato».
Donadoni: «Era schivo, ma amava la vita». Era davvero questo, così
diverso e cosìsemplice in fondo, il personaggio che sembrava pieno di
misteri; che conferiva alla Roma, con la sua presenza, un prestigio quasi solenne;
che era stato uno dei protagonisti del campionato dello scudetto. E che nella
Roma di Eriksson non aveva trovato posto. Altro che continuità con Liedholm.
Tratto da La mia Roma del Corriere dello Sport
