COPPACAMPIONI 1984: QUEL PASTICCIACCIO E QUEI RIGOR!....
Uno scandalo da 100 milioni
In semifinale la Roma deve recuperare due gaI al Dundee. Nefa tre, vince bene; l'arbitro Vautrot é imparziale. Ma c' é una brutta storia che coinvolge Viola, Landini, Cominato. Il presidente Dina Viola ne uscirà pulito. E la Coppa andrà al Liverpool, complici Conti e Graziani

Dino
Viola pagò cento milioni per corrompere l'arbitro francese Vautrot, designato
per la semifinale di ritorno contro gli scozzesi del Dundee United? Questo interrogativo
potrebbe anche contenere una sconcertante verità, perchè i cento
milioni furono davvero versati a presunti intermediari. Solo che la verità
si è smarrita lungo la tortuosa strada di quella vicenda, come se non
fosse mai esistita. La giustizia sportiva condannò la Roma e Viola, il
tribunale penale dette loro ragione. E'un buco nero, nella storia della Roma
e del calcio italiano. Certo -e questa è ancora oggi l'unica conclusione
possibilel'oscuro episodio non giovò al prestigio della Roma e del suo
presidente. Ricostruire la vicenda non è difficile: impossibile è
invece l'interpretazione dei fatti. La Roma, che era impegnata nella Coppa dei
Campioni, aveva superato nel primo turno gli svedesi del Goteborg, negli «ottavi»
i bulgari del CSKA di Sofia, nei «quarti» la Dinamo Berlino. Il
sogno dei romanisti cominciava dunque ad avere contorni precisi, a materializzarsi.
La Roma era anche favorita da una circostanza eccezionale: l'Olimpico ero stato
designato sede unica della finalissima già un anno prima, a torneo non
ancora iniziato. Proprio per evitare coincidenze di questo genere, che potevano
favorire una delle finaliste, il regolamento fu poi modificato. Via a gonfie
vele, dunque: quando sarebbe mai capitata un'altra occasione cosi? In semifinale,
però, la Roma -priva di Falcao- era stata duramente battuta dagli scozzesi
del Dundee United: 0-2, era il mondo che crollava. Comincia a questo punto,
metà aprile '84, il grande imbroglio. Spartaco Landini, direttore sportivo
del Catanzaro, dice a Viola di essere in grado di condizionare l'arbitro francese
Vautrot, designato a dirigere la partita di ritorno con il Dundee. Ci vogliono
cento milioni. Ma Landini è solo il tramite: la proposta proviene da
Giampaolo Cominato, ex calciatore e ex manager in quel momento fuori del giro,
che vanta (dice di vantare) un'amicizia personale con Vautrot: è suo,
il disegno truffaldino. In una cena all'Hosteria dell'Orso, presenti Dino Viola,
il figlio Riccardo, il direttore generale della Roma avv. Raule e lo st_o Vautrot,
l'arbitro viene chiamato al telefono. Torna e dice «Un amico ha voluto
farmi gli auguri, ma non ho capito chi fosse». E' esattamente il segnale
che Cominato ha annunciato. Il disegno truffaldino si è dunque realizzato?
Viola è turbato: invita a casa sua Spartaco Landini, la mattina della
partita, e gli versa i cento milioni. Forse è la decisione sbagliata,
ma teme un agguato. Si gioca, la Roma vince 3-0 ed è tutto merito suo.
Una partita piena di slanci, un agonismo feroce, due gol del cannoniere Pruzzo,
un altro di Agostino Di Bartolomei su rigore. Rigore fasullo fischiato da Vautrot?
No, rigore sacrosanto e non contestato.
Scoperto l'inghippo
Ma
l'inghippo è scoperto e scoppia lo scandalo. E qui i fatti vanno scrupolosamente
seguiti attraverso gli atti ufficiali. n capo dell'Ufficio Inchieste Corrado
De Biase, nel novembre '85, riconosce l'illecito e deferisce i protagonisti:
Giampaolo Cominato (che confessa il millantato credito), Spartaco Landini e
Dine Viola. La Corte Federale (gennaio '86) dichiara i fatti decaduti per prescrizione,
ma emette una censura morale nei confronti di Viola. Poi è la volta della
federazione europea, cioè l'UEFA, che nel giugno '86 sospende la Roma
per un anno dalle coppe europee e infligge a Dino Viola quattro anni di squalifica.
n Giuri d'Appello, in luglio, trasforma la sospensione della Roma in una multa
di 170 milioni. L'assoluta estraneità diVautrot viene sempre riconosciuta
e ribadita: la telefonata all' Hosteria dell' Orso, la sera della famosa cena,
l'aveva fatta proprio Cominato. Presso il Tribunale di Roma, nel settembre'86,
si apre però il processo penale, nel quale la posizione di Viola risulta
ribaltata. Da accusato il presidente diventa accusatore, e infatti si costituisce
parte civile, dicendo di aver ceduto solo a trasparenti minacce di Landini:
se non avesse pagato, la Roma sarebbe stata danneggiata. Viola sostiene di aver
sempre confidato nella incorruttibilità di Vautrot, ma di aver temuto
che qualcosa di marcio ci fosse, dopo la famosa telefonata durante la cena con
l'arbitro. n senatore rivela di averne parlato con il presidente federale Sordillo.
La sentenza viene emessa nel novembre 1987. Cominato e Landini vengono condannati
a dodici mesi di reclusione, con la condizionale e con il beneficio della non
iscrizione, considerato che sono incensurati. Inoltre viene imposta la restituzione
dei cento milioni versati da Viola il giorno della gara, 25 maggio'84, più
agli interessi maturati da quella data. Viola dunque vince, ancora una volta.
Dall'Olimpico alle stelle

Si
giocava dunque la fmalissima. Le emozioni erano fredde, quella notte, e davano
uno strano disagio. Nils Liedholm aveva ripetuto quasi ossessivamente, durante
tutto il tempo di avvicinamento alla gara, che il Liverpool era favorito. Fu
un errore sotto il profilo psicologico, perchè ingigantì la statura
degli avversari, inquinando di vane paure la spontaneitàdi comportamento
di cui la Roma aveva bisogno. Quella Coppa non ancora conquistata gravava come
un macigno sulla spalle della Roma, appesantita, durante il gioco, da insoliti
indugi. Era tutto un processo emotivo che arrivava a compimento, con una sciagurata
soluzione. La Coppa diventava una maledizione. n Liverpool cominciò bene,
andò in vantaggio, Pruzzo pareggiò. I tempi supplementari
evidenziarono
una chiara superioritàromanista, che però non ottenne riconoscimenti
in chiave di risultato. E si arrivò cosi ai calci di rigore. Come altro
si può spiegare ancor oggi, se non con l'ossessione, con quegli ammonimenti
grevi di Liedholm lanciati quando la Roma ancora giocava il campionato, con
la paura viscida, con lo stordimento emotivo, lo sproposito che si verificò?
Due campioni del mondo, Bruno Conti e Ciccio Graziani calciarono il rigore verso
le stelle, come se volessero mandare disperati messaggi alloro angelo custode.
La Roma perse così la Coppa dei Campioni.
Tratto da La mia Roma del Corriere dello Sport
