AMADEI, IL FORNARETTO OTTAVO RE DI ROMA
Amedeo
Amadei fu il primo a meritare l'appellativo di "Ottavo Re di Roma"
che gli attribuirono i tifosi,
complice
la fantasia del giornalista Bruno Roghi. Questo l'articolo che suggerì
l'iperbole: «Dopo Tarquinio il Superbo, spetta ad Amadei il compito di
continuare la serie cominciata da Romolo: quel Romolo romanista che, fatto fuori
il fratello Remo (antenato remotissimo di Remo Zenobi, presidente della Lazio),
marcò fin dalle origini leggendarie dell'Urbe la rivalità che
avrebbe divampato tra le due società». Nato a Frascati il 26 luglio
1921 e fatto abile nella leva annuale di Testaccio riservata ai giovani calciatori
più promettenti, Amadei si era messo in luce nel vivaio della Roma e
a soli 17 anni, nel 1938, aveva attirato l'attenzione dei dirigenti dell'Atalanta
che lo vollero in prestito per un anno, facendolo rientrare nel contratto di
cessione di Bonomi alla Roma. Amadei a Bergamo si fece ammirare dai tifosi e
anche da una bella e graziosa ragazza, Rita Ruggeri, che diventò poi
sua moglie. Riapparve in maglia giallorossa a Testaccio il 15 ottobre 1939 (ma
aveva già giocato a Napoli la settimana prima) e fu subito chiara la
sua matura personalità tecnica. Era un attaccante dotato di uno scatto
eccezionale, scatto al quale si accompagnava una velocità in progressione
e un tiro secco e preciso. Il suo diretto avversario quel giorno era un ex laziale,
il mediano del Liguria Malatesta. Amadei, durante la stagione in prestito all'Atalanta
aveva perfezionato un numero: calciava la palla sulla sinistra del difensore
per poi scattare a destra, recuperando la sfera alle spalle dell'avversario.
Il centra vanti ripeté quello scherzo alcune volte, riuscendo persino
a segnare un gai, per cui alla fine della partita la folla lo portò in
trionfo. Non fu difficile per l'allenatore Ara preferirlo al ridicolo Provvidente,
il centravanti che la Roma aveva acquistato dal Flamengo e che si era rivelato
una autentica "bufala", tanto che gli stessi tifosi lo avevano ribattezzato
"Provo Ione". Ma per convincere Amadei a giocare centravanti ci volle
tutta l'intelligenza di Schaffer, l'austroungherese che avrebbe guidato la Roma
alla conquista del primo scudetto. Alfredo Schafferera considerato uno dei migliori
tecnici europei e allenava il Rapid di Bucarest. Giunse a Roma nel maggio 1940,
insieme ai venti di guerra che stavano per travolgere il mondo. Schaffer era
bravissimo nel manipolare nuove ricette calcistiche. Una sua battuta, come allenatore
dell'Hungaria di Budapest aveva fatto il giro d'Europa. Aveva preso la squadra
ultima in classifica e il presidente gli aveva chiesto quanti rinforzi gli fossero
necessari per non retrocedere.
«Con
gli stessi giocatori posso vincere lo scudetto», aveva risposto. E lo
aveva vinto. Forte di tale prestigio, Schaffer convinse il riluttante Amadei
a giocare centra vanti. E alla fine della stagione 1940-41 Amadei era già
diventato il capocannoniere della Roma, con 18 reti in campionato e 6 in Coppa
Italia. Proprio durante la partita di andata della finale col Venezia di Loik
e Mazzola, Amadei mise a segno tre gai, ma non bastarono per vincere. Il Venezia
pareggiò 3-3 e gli fu sufficiente un gai di 1oik nell'incontro di ritorno
per aggiudicarsi la Coppa. Ma quei cinque minuti in cui Amadei aveva frastornato
il portiere veneziano Fioravanti e messo a segno tre gai servirono per convincere
il giocatore che quello era il suo vero ruolo. Aveva doti di scatto e di tiro
che lo distinguevano da tutti gli altri attaccanti. E quando i giornalisti,
che volevano Amadei ala criticavano le sue scelte, Schaffer era uso rispondere:
«lo volere gai e non volere prenderne. Amadei fare gai, Masetti prenderne
pochi. Per me basta».
Tratto da La Roma una Leggenda Editrice il Parnaso
