1927: DA TRE CLUB SBOCCIA LA SQUADRA
Alle radici della magia
Subito i primi eroi, la vittoria nel derby con la Lazio, la rincorsa al primo scudetto, arrivato poi nel 1942
Era
metà giugno del '42, ma di una primavera-estate diversa, un'aria calda
e livida, un cielo rumoroso e torvo per l'accanito traffico di aerei militari.
La guerra con le sue oscenità stava per entrare in tutte le case; la
gente portava il peso di una fallita idea di vittoria imperiale; erano giornate
affannate e pesanti; angosciosi presagi cambiavano tutto il senso della vita.
Si giocava un campionato di calcio ancora nei limiti della regolarità
e quelle domeniche erano un lungo, colorato momento di pace. Un respiro ritrovato
che dava un fremito, come una carezza fisica. Queste suggestioni erano importanti,
perché impedivano che si spezzasse il filo di una quotidianità
minacciata e dolente.
Quando Ermes Borsetti segnò il secondo gol giallorosso al Modena, al
35', la Roma era per la prima volta campione d'Italia.
Nell'intervallo
la folla -lo stadio, l'attuale Flaminio, era pieno- cantò sull'aria di
Lilì Marleen: «Roma sul petto tuo vedo brillar! quello scudetto
saputo conquistar/e io tifoso canterò/ che mai a te, ti lascerò/
perché dai gioie a me/perché tu giochi ben». Era un celebre
motivo di guerra, sopravvissuto fino a oggi in una attualità quasi misteriosa.
Scudetto di guerra era dunque quello romanista: fu anche scudetto fascista?
La storia della Roma «Figlia della Lupa», cioè del Regime,
è solo un falso ben riuscito. E del resto contiene in sé una contraddizione
da cui traspare l'inghippo: la famiglia Mussolini è sempre stata, notoriamente,
tifosa laziale. Vittorio e Bruno Mussolini in alcuni momenti si sono anche impegnati
in compiti dirigenziali. Se dunque figlia del Regime la Roma è stata,
presto è anche stata abbandonata, ed è cresciuta forte in una
vita difficile ma libera. Il suo sangue del resto era quello popolano e nobile
di Testaccio e di Trastevere, dell'antica zona periferica della Pineta Sacchetti
-dove giorno per giorno si arricchiva la leggenda della Fortitudo di Fratel
Porfirio e di capitan Ferraris IV- e dei Cessati Spiriti a sud, lungo la via
Appia, dove è stato eretto il primo accampamento giallorosso, sul terreno
del Velodromo Appio.
Via degli Uffici del Vicario
Il
falso storico è stato provocato da una lettura parziale e quindi faziosa
della figura di Italo Foschi, fondatore della Roma. Gerarca fascista, ambasciatore
dell'idea di Roma Caput Mundi ma anche dirigente sportivo della generazione
pionieristica, eminenza grigia di un calcio romano che stentava ad affermarsi,
già presidente di un'antica società, la Pro Roma. Le radici calcistiche
erano in lui, nel suo animo, non nella divisa che aveva scelto di indossare.
E nobilmente Foschi visse il suo amore giallorosso, fino a morirne alla notizia
che la Roma stava perdendo a Genova contro la Sampdoria. Era il 30 marzo 1949.
Abbandonato dunque, in un angolo del racconto, quel manto politico che la Roma
non ha mai indossato, la sintesi risulta questa: a Roma giocavano, negli anni'
20, otto società: Lazio, Romana, Fortitudo, Alba, Juventus, Roman, Audace,
Pro Roma. Andava affermandosi -soprattutto in campo organizzativo-l'egemonia
della Lazio, che aveva strappato alla Fortitudo un antico primato e che era
arrivata a disputare tre finali nazionali perdendole tutte: nel 1913 contro
la Pro Vercelli, nel '14 contro il Casale, nel '23 contro il Genoa. Stesso traguardo
-finale nazionale- avevano raggiunto Alba e Fortitudo ma stesso destino ingrato
avevano incontrato: la Fortitudo nel 1922 contro la Pro Vercelli (0-3 e 2-5),
l'Alba nel 1925 contro il Bologna (0-4 e 0-2) e nel 1926 contro la Juventus
(1-7 e 0-5). Ecco, l'idea di Italo Foschi nacque da qui: da questo divario tecnico
e strutturale che trasformava la finale nazionale in un gioco al massacro. Foschi
avvertì l'esigenza di dar vita ad una società di grandi mezzi
e di grandi impegni: non lo era neppure l'efficientissima Lazio, al cospetto
dei clubs del Nord: e in questi slanci, Foschi era tifoso, non uomo politico.
Tanto era insostenibile la situazione, che tra quelle otto società cominciarono
ad arrivare le fusioni: si unirono Pro Roma e Romana, e il nuovo sodalizio confluì
nella Fortitudo; la Juventus si sciolse; l'Alba ingoiò l'Audace. Rimasero
quattro bandiere abbastanza robuste: quelle di Lazio, Alba, Fortitudo e Roman.
Foschi decise che era questo il momento giusto. La Lazio era giustamente gelosa
di una tradizione comunque affermata: si avviava a diventare una polisportiva
affollatissima e non aveva alcun interesse alla fusione. Da un accordo -sofferto,
in alcuni momenti- tra Alba, Roman e Fortitudo, nacque dunque l'A.S. Roma, secondo
l'atto costitutivo letto da Italo Foschi il 22 luglio 1927, in uno studio notarile
di via degli Uffici del Vicario.
Lazio subito sottomessa
Attilio
Ferraris è stato il primo eroe giallorosso. Capitano della Fortitudo,
aveva giàvissuto storie di grandi rivalità con la Lazio: era il
leader ideale. Renato Sacerdoti, succeduto a Foschi nel 1928, aveva aperto un'
ampia frontiera: le ambizioni romaniste dilagavano. La prima conquista storica
fu l'affermazione di una netta superiorità nei confronti della Lazio.
Il primo derby fu disputato alla Rondinella (la Roma giocava a Testaccio, appena
inaugurato) 1'8 dicembre 1929, quando le due squadre si trovarono finalmente
di fronte con la costituzione del girone unico nazionale. C'erano diecimila
spettatori, quasi tutti romanisti; l'unico gol della partita fu segnato da Sigfrido
Sciabbolone Volk. Eccolo, un altro signore della tradizione romana: Volk, padrone
del derby, capo classifica dei marca tori fino all'avvento di Dino Da Costa,
ventisei anni dopo. Era arrivato anche Fuffo. Lo chiamavano Garibaldi, in senso
epico. E Bernardini aveva davvero conquistato i due mondi calcistici, quello
laziale (aveva cominciato la carriera in maglia biancazzurra) e quello romanista.
Era passato indenne tra due passioni tumultuose, non era considerato un transfuga,
nessuno osava neppure immaginario traditore. Ed era arrivato anche Guido Masetti.
Gli uomini del primo scudetto
GIOCATORE |
ETA' |
RUOLO |
PRESENZE |
GOL |
Amadei Amedeo |
21 anni |
centrattacco |
30 presenze |
18 gol |
| Brunella Luigi |
32 anni |
terzino |
30 presenze |
|
Coscia Aristide |
24 anni |
mezzala |
30 presenze |
4 gol |
Pantò Michele |
30 anni |
ala sinistra |
30 presenze |
12 gol |
DonatiAldo |
32 anni |
mediano |
29 presenze |
2 gol |
Masetti Guido |
35 anni |
portiere |
29 presenze |
|
Mornese Edmondo |
32 anni |
centromediano |
29 presenze |
1 gol |
Bonomi Giuseppe |
29 anni |
mediano |
24 presenze |
|
Krieziu Naim |
24 anni |
ala destra |
23 presenze |
6 gol |
Andreoli Sergio |
20 anni |
terzino |
20 presenze |
|
Cappellini Renato |
28 anni |
mezzala |
18 presenze |
4 gol |
Acerbi Mario |
29 anni |
terzino |
9 presenze |
|
Borsetti Ermes |
29 anni |
ala destra-sinistra |
8 presenze |
4 gol |
Di Pasquale Luigi |
23 anni |
mezzala |
8 presenze |
2 gol |
lacobini Paolo |
23 anni |
mediano |
7 presenze |
|
Benedetti Cesare |
22 anni |
attaccante |
3 presenze |
|
De Grassi Mario |
23 anni |
mezzala |
1 presenza |
|
Risorti Fosco |
21 anni |
portiere |
1 presenza |
|
Nobile Luigi |
21 anni |
terzino |
1 presenza |
Allenatore: Alfred Schaffer (Ungheria); Presidente Edgardo Bazzini; Direttore Sportivo Vincenzo Biancone; Consigliere Tecnico Eraldo Monzeglio; Settore Medico prof. Gaetano Zappalà; massaggiatori Angelo Cerretti e Angelo Cesaroni.


