Estratto dal libro:

Lucky Luciano

Lo chiamavano Paletta

Nato a Monticiano, in provincia di Siena, il 10 luglio 1937 da una famiglia di ceto modesto, fin da bambino Luciano Moggi è un vero patito di calcio. Il pallino del pallone glielo trasmette Graziano Galletti, un panettiere di Grosseto, il quale la domenica si porta appresso Lucianino in giro per gli stadi della Toscana a vedere le partite1. Il ragazzino, è fatale, tenta anche la carriera di calciatore, ma il talento non c'è, i risultati sono scarsi. Deboluccio col pallone tra i piedi, Lucianino non è migliore sui banchi di scuola: anche per ragioni di bilancio familiare, dopo il diploma di terza media abbandona gli studi e comincia a lavorare. Trova un posto alle Ferrovie dello Stato, e poco tempo dopo viene trasferito a Civitavecchia.
Alla stazione di Civitavecchia, Moggi fa l'impiegato. Ma spesso lo mandano fra i binari a controllare le traversine. Una carriera non proprio travolgente: arriverà fino al grado di capogestione, una specie di vicecapostazione addetto alla biglietteria. Una volta - raccontano - gli capita di rimpiazzare il titolare e fa partire il treno, così si guadagna il soprannome di "Paletta". Ma più che di treni, lui è appassionato di calcio. Nel tempo libero continua a giocare da stopper in varie squadrette di quarta serie. E intanto medita come coniugare le due vocazioni della sua vita: quella di manovratore e quella di pallonaro. È la metà degli anni Sessanta quando il capo-gestione della stazione ferroviaria di Civitavecchia, tra pacchi da smistare e biglietti da vendere, intuisce che il calcio sta per diventare un grande business.
La svolta arriva alle soglie dei trent' anni. Moggi li compie nel luglio 1967, ma li festeggia con qualche settimana di anticipo insieme agli amici di Monticiano, quando la Juve conquista, a sorpresa, il tredicesimo scudetto ai danni dell' Inter di Helenio Herrera.
È stanco di cercare ingaggi in serie D (l' attuale C- 2, allora strutturata in modo molto diverso da oggi), e di girovagare fra la Toscana e il Lazio (con una parentesi perfino in Sicilia, ad Agrigento, nella gloriosa società dell' Akragas). Sobbarcarsi lunghi viaggi in treno per giocare in quarta serie, in cambio di poche migliaia di lire, non gli va più. Anche l'impiego alle Ferrovie dello Stato comincia ad andargli stretto: è un lavoro noioso e malpagato. Molto meglio il mondo del calcio, dove lo chiamano Lucianone per la giovialità guascona e spregiudicata. E dove, soprattutto, cominciano a ronzare i talent scout, gli scopritori di giovani campioni, intenditori del gioco più bello del mondo capaci di scovare quelli che diventeranno i futuri big in cambio di discrete provvigioni. Un lavoro oscuro, fatto di chiacchiere, di diplomazia e scaltrezza. Tutti requisiti che il trentenne Moggi possiede in abbondanza. Lui è un estroverso, un gran chiacchierone, parla di tutto, soprattutto di donne, di motori e ovviamente di calcio. Ma è un furbacchione, e conosce a meraviglia l'arte di ascoltare: «In mezzo a tante stronzate che si sentono, ci può sempre essere un'idea» è una delle sue frasi celebri.
Moggi è ignorante, ma non è sprovveduto. Parla un italiano scombiccherato e dialettale, ma ha la furbizia del contadino "scarpe grosse e cervello fino". E capisce subito che la pubblicità è l'anima del commercio, che esiste soltanto chi sa farsi vedere. E lui sa farsi notare come pochi. Soprattutto negli stadi minori, al fianco di quelli di quelli che vengono chiamati “mediatori": personaggi utili ma imbarazzanti, i quali si muovono in un mondo dorato e ipocrita che fa finta di non conoscerli, che se ne avvale fingendo che non ci siano. Sono perlopiù personaggi toscani, come Franco Marranini, come Romeo Anconetani (futuro presidente del Pisa); ma anche romani (il numero uno è Walter Crociani), napoletani, friulani, milanesi.
A Monticiano, Moggi è noto come un tifoso della Juventus. Alla stazione di Civitavecchia, altrettanto. La passione è forte, il desiderio di fare parte di quel mondo anche. L'occasione gliela offre il torneo di Viareggio, la rassegna giovanile più celebre del calcio italiano. Moggi viaggia molto, lavora anche di notte, visiona ragazzi e raccoglie dati, compilando dei veri e propri dossier. I giovani calciatori che gli interessano li scheda uno a uno, raccogliendo notizie dettagliatissime, anche sulla situazione familiare. Stabilisce con loro rapporti diretti e personali, si candida a fargli da manager ma anche da vicepadre, da fratello maggiore, e spesso ci riesce.
Così, chiacchierando e schedando, sgomitando e agganciando, segnalando e raccomandando, Moggi nel 1968 entra a far parte della corte del supermanager Italo Allodi, colui che in quegli anni ha costruito dal niente il leggendario Mantova (approdato dalla serie D alla A con una scalata senza precedenti) e che ha fatto grande l'lnter di Angelo Moratti e Helenio Herrera. Esaurito il ciclo nerazzurro, nel 1970 Allodi è stato chiamato alla Juventus da Giampiero Boniperti, il campione dei cinque scudetti appena nominato dagli Agnelli amministratore delegato della squadra di Famiglia, in attesa di diventarne il presidente. E alla Juve, Allodi si avvale di un gruppo di collaboratori-informatori fra i quali c'è anche Lucianone.
Sono decine i giocatori che "Paletta" pedina, scruta, scheda e infine porta all'attenzione di Allodi. Fra questi c'è Paolo Rossi, il futuro supercannoniere del Vicenza, del Perugia e della Juventus, il centravanti azzurro del mondiale di Spagna '82: Moggi lo ha notato nella Cattolica Virtus, una piccola squadra fiorentina. Rossi viene "provato" dalla Juve e trattenuto: Lucianone ha fatto il colpaccio - il primo di una lunga serie. Si ripeterà poi con Claudio Gentile, un altro Signor Nessuno che diventerà terzino destro nella mitica Juve di Giovanni Trapattoni e promosso subito in maglia azzurra fino al mondiale di Spagna 1982 (quando non farà toccare palla a Zico e a Maradona). E a Gentile molti altri seguiranno.
Con la potentissima Juve alle spalle, Moggi diventa ben presto un osservatore di peso. Tant' è vero che Allodi gli affida un incarico molto delicato: sistemare in tutta Italia i giovani calciatori sfornati dal vivaio juventino che non possono avere un futuro in prima squadra. E qui Lucianone mette in mostra un'altra delle sue doti: la sfrontatezza da tappetaro, la capacità di vendere come diamanti anche i pezzi di vetro. Tra i giovani bianconeri da sbolognare altrove c'è un terzino, tale Cheula; Moggi lo spaccia nell' ambiente come il "nuovo Spinosi" (il difensore che la Juve ha strappato alla Roma, insieme con Fabio Capello e Spartaco Landini, nell'estate 1969, e trascinato in Nazionale), e alla fine riesce a sistemarlo, dietro congruo compenso. Ovviamente di Cheula non si avranno mai più notizie, ma la missione è compiuta.
La scalata di Lucianone è travolgente e ruspante. Compra a rate un'utilitaria, sposa una donna minuta e tollerante 2, e medita il primo grande passo: lasciare le Ferrovie. «Salto il fosso», annuncia agli amici. E gli amici si moltiplicano, perché l'uomo ha un fascino giusto per il mondo del calcio, del quale non conosce bene né i regolamenti né la storia ma ne sa fiutare abilmente umori e retro scena. Appena è in età per la pensione baby, Moggi si libera di berretto e paletta, e si butta anima e corpo nella nuova attività pallonara.
Anzitutto organizza una ragnatela di fedeli galoppini guidati da un suo amico - un certo Nello Barbanera (direttore sportivo di piccoli club, tra cui il Civitavecchia) - che battono i campetti di periferia e gli oratori della grande provincia italiana per scovare talenti e promesse in ogni angolo. «Un gruppo di amici, gente con cui scambio pareri e informazioni», minimizza Lucianone. Dei calciatori sotto osservazione l'ex ferroviere vuole sapere tutto: non solo le doti tecniche e le caratteristiche agonistiche, ma anche il grado di istruzione e perfino la vita privata. Attraverso la sua rete, ne tiene sotto controllo centinaia, seguendoli passo passo; poi, al momento giusto, li segnala a questo o quel club titolato. La capitale operativa di Moggiopoli è la Maremma, dove l'ex panettiere Graziano Galletti - uomo simpatico e generoso, ma soprattutto grande intenditore di calcio - la fa da padrone. Moggi lo spedisce anche "in missione" (secondo il lessico ferroviario) in giro per l'Italia, e ne ricava indicazioni preziose.
È proprio Galletti, per esempio, che insiste su Gaetano Scirea, uno dei giovani emergenti dell'inizio degli anni Settanta. Scirea gioca nelle giovanili dell' Atalanta allenata da Ilario Castagner: fa il centrocampista, ma c'è chi scommette sul suo futuro da difensore. Moggi invece è perplesso, lo giudica così come molti tecnici autorevoli - troppo poco dotato nel gioco aereo per un ruolo così delicato. Ma Galletti non ha dubbi, per lui il giovane Scirea è un potenziale asso della difesa. Moggi si lascia convincere, e a quel punto si sobbarca il compito più delicato: convincere anche Boniperti, che è alla ricerca di un erede adeguato del pluridecorato libero bianconero Sandro Salvadore. Per Lucianone è un gioco da ragazzi, e alla fine sono tutti d'accordo: Scirea passa alla Juve come libero, e sarà uno dei migliori campioni del nostro calcio, di sicuro il difensore più corretto e propositivo, un vero fenomeno, un altro campione del mondo. Anche Moggi comincia a passare per un fenomeno, specialmente quando - dopo Scirea - porta alla Juve Franco Causio, l'ala destra tutta dribbling e fantasia scovata in una squadretta pugliese e poi spedita a "farsi le ossa" - come si diceva allora - sui campi caldi del Sud 3.
Nel giro di poche stagioni in casa Juventus esplode il conflitto tra Boniperti e Allodi: due leader, due primedonne, e una convivenza che da difficile diventa impossibile. Alla fine prevale Boniperti, l'uomo degli Agnelli. Allodi, dopo il fallito assalto juventino alla coppa dei Campioni (finale perduta a Belgrado contro l'Ajax, nel 1973), se ne va. Il suo protetto Moggi, invece, resta, e viene promosso sul campo "primo osservatore" della società bianconera 4.
Lucianone è già un piccolo boss alla guida di un'ormai con­solidata rete di osservatori-collaboratori, i quali operano dietro le quinte in cambio di piccoli favori e di qualche sporadico guadagno. La Juve è un magnifico ombrello sotto il quale Moggi può operare in proprio, allargando il suo raggio d'azione ben oltre la squadra bianconera: allaccia contatti con altre squadre, facilita trattative, decide carriere, dispensa suggerimenti, fa il bello e il cattivo tempo.
A un certo punto anche l'ombrello-Juve comincia ad andargli stretto. Della società bianconera Lucianone è un collaboratore esterno, un semplice consulente, e adesso vuole di più, pretende una carica ufficiale di dirigente. Ma alla Juve gli spazi sono chiusi, come a casa Savoia "si comanda uno alla volta", e Boniperti è un inguaribile accentratore. A Roma, invece, c'è qualcuno che ha bisogno di un manager che capisca di calcio: quel qualcuno è il nuovo padrone della Roma, Gaetano Anzalone. Amico del democristiano Giulio Andreotti e del fido Franco Evangelisti, Anzalone è un palazzinaro assolutamente digiuno di pallone.
La manovra di avvicinamento di Moggi alla Roma è tipica del personaggio: si trasferisce in pianta stabile nella Capitale, e tampina per settimane il caporedattore del "Messaggero" Gianni Melidoni per farsi presentare ad Anzalone. Il giornalista, preso per sfinimento, finalmente combina l'incontro. Il palazzinaro romano e l'ex ferroviere senese si piacciono al primo sguardo, così Lucianone diventa il consulente ufficiale per il mercato del presidente giallorosso.
Un anno dopo lo sbarco a Roma, nel 1976, Moggi dà subito una lezione alla Juve. Aiutato dal suo amico Riccardo Sogliano (ex centrocampista del Milan), mette a segno il suo primo grande colpo di mercato: riesce a portare alla Roma l'attaccante più ambìto del momento, il centravanti del Genoa Roberto Pruzzo. La Juve e le altre pretendenti sono beffate, Boniperti si sente tradito, Anzalone gongola, e Moggi comincia a sentirsi un piccolo padreterno.
Pruzzo non basterà a trasformare la Roma in una grande squadra, ma quello è il segnale che qualcosa sta cambiando nel calcio italiano: la Juve non è più la padrona assoluta del mercato, come è accaduto dall'avvento di Boniperti (e Allodi) al vertice della società. Nuovi equilibri stanno per delinearsi, la bilancia calcistica tra il Nord e il Centro-Sud si riequilibra. La Roma passerà dalla gestione di Anzalone a quella di Dino Viola (altro imprenditore di stretta osservanza andreottiana) e arriverà allo scudetto. La Fiorentina, appena acquistata dai fratelli Pontello, ingaggerà Italo Allodi ed entrerà nell'Olimpo delle grandi. Un mutamento epocale del quale l'ex impiegato delle Ferrovie «con tendenze a trafficare» 5 sarà fra i protagonisti assoluti.

Metti una sera a cena

Roma per Moggi è una tappa fondamentale. A parte il fatto che diventa "commendatore", Lucianone nella Capitale costruisce una fitta rete di amicizie molto influenti. Allaccia rapporti con parlamentari (soprattutto democristiani di fede andreottiana), magistrati, diplomatici, ufficiali dell' esercito, medici, dirigenti Rai, gente dello spettacolo e ovviamente dello sport. Conosce i tecnici che curano il rigoglioso vivaio giallorosso (e sono quelli che gli segnalano i giovani migliori, come Carlo Ancelotti, futuro "nazionale"). Ma soprattutto, conosce giornalisti, tanti giornalisti, ai quali a Natale non fa mai mancare un gentile pensiero: una volta un pacco con un prosciutto e mezza forma di Parmigiano, un'altra volta bottiglie di champagne, un'altra ancora casse di vino doc; e poi, fuori stagione, orologi, capi di cache­mire, biglietti per viaggi aerei 6... Perché Lucianone ha capito bene l'importanza dei giornalisti nel mondo del calcio, e dunque la necessità di arruffianarsene il maggior numero possibile.
Nella Capitale, l'ex ferroviere di Civitavecchia affina anche le sue già spiccate doti di uomo di mondo, e finisce per assumere.
Quando Anzalone, nel 1979, cede la Roma al cavalier Dino Viola, la situazione per Lucianone si fa precaria. Il nuovo presidente romani sta è l'anti-Boniperti, ma è molto simile al suo rivale juventino: non tollera altri galli nel pollaio. Oltretutto, Moggi non gli va per niente a genio, troppo ruspante per il suo stile da gran signore: si racconta che Viola, anziché la mano, gli porgesse addirittura il gomito (oppure solo tre dita), per marcare meglio le distanze... Però l'ex ferroviere è vendicativo ma non permaloso, e al gomito del presidente giallorosso contrappone metaforicamente l'italico "gesto dell'ombrello": perché Lucianone ha capito «che nel calcio, tra il proprietario della squadra, ricco ma spesso fesso, e il giocatore, vigoroso ma rozzo, c'è spazio per una nuova figura. Quella del direttore sportivo: uno che di pallone capisce più del presidente, e di conti più del calciatore» 7.
In realtà, l'allergia epidermica di Viola per quel personaggio unticcio e invadente è solo metà del problema; l'altra metà è il fatto che il "consigliere" Moggi costa troppo. Il presidente giallorosso si sfoga con parenti e amici raccontando le pretese di grandeur di Lucianone e le sue mirabolanti note spese a base di costosissime bottiglie di champagne e soggiorni in principesche suite d'albergo. Per non parlare dei "sovrapprezzi", cioè delle lievitazioni improvvise dei costi dei giocatori trattati dall'ex ferroviere: Viola - che non è tirchio, ma oculato sì - li chiama «la tassa Moggi». Per cui nel dicembre 1979 decide di liquidare Lucianone perché, dice, «non me lo posso più permettere». Un benservito che ha un antefatto decisamente sgradevole, la goccia che potrebbe aver fatto traboccare il vaso.
Nel tardo pomeriggio di domenica 25 novembre '79, subito do­po la partita Roma-Ascoli (vinta dai giallorossi), il presidente Viola si reca negli spogliatoi per salutare il presidente ascolano Costantino Rozzi. Quest'ultimo è infuriato con l'arbitro della partita, Claudio Pieri, e prende Viola a male parole: «La partita l'abbiamo vista tutti! Non mi faccia dire cose che non posso dire! Credo che ci sia qualcosa da chiarire!». Il presidente giallorosso cade dalle nuvole, allora Rozzi gli dice: «Si faccia spiegare la faccenda dal suo consigliere Moggi!... Sappia che l'Ascoli avanzerà una protesta ufficiale nelle sedi opportune!». Viola cerca subito Moggi, «e i due hanno parlottato un pò fra di loro lontano da orecchi indiscretI» 8. Così salta fuori che sabato sera, alla vigilia della partita, Lucianone è stato sorpreso in un ristorante romano in compagnia dell'arbitro Pieri e dei due guardalinee. Lo scandalo è inevitabile.
La reazione di Lucianone è un capolavoro di reticenza e ambiguità: «Non so chi abbia riferito al signor Rozzi del fatto che, sabato scorso, mi sono trovato a incontrare l'arbitro Pieri in un ristorante 9. Viste le gravi insinuazioni e le minacce che si è permesso di rivolgere sia a me che alla Roma, devo pensare che il suo informatore abbia voluto malignamente fargli perdere la testa». Anche la versione dei fatti raccontata da Lucianone è in piena sintonia col personaggio: «Alla vigilia della partita mi sono recato nel ristorante di cui sono abituale cliente... Ho incontrato per caso l'arbitro che stava già cenando con i guardalinee e alcuni suoi amici romani. È stato lo stesso Pieri, con un atto di cortesia, a salutarmi, a rivolgermi la parola, a invitarmi a bere insieme... Terminato il pasto, l'arbitro, i guardalinee e i loro conoscenti hanno lasciato il ristorante. intorno alle ore 23; io sono rimasto ancora per una mezz'oretta.
Tutto qui, solo una questione di buona educazione» 10. E poi un bel finale, moggiano anche quello: «Le conclusioni del signor Rozzi sono offensive soprattutto nei riguardi dell' arbitro Pieri. Voglio sperare che il presidente dell' Ascoli si renda conto d'aver preso una cantonata e sappia scusarsi. Altrimenti, nell'interesse mio e della Roma, dovrò portarlo in Tribunale» 11.
Il testimone-infonnatore della cena Moggi-Pieri è l'avvocato Luigi Girardi, legale dell' Ascoli calcio. Il quale racconta i fatti in modo ben diverso dalla versione fornita da Lucianone. «Sabato sera, verso le ore 23,45 12, insieme al consigliere dell'Ascoli Sabatini, al geometra Lattanzi e a un amico romano, sono entrato nel ristorante in questione», riferisce il legale ascolano. «Abbiamo dovuto aspettare un pò per trovare posto, poi ci hanno fatto accomodare in una saletta in fondo [cioè in una sa/erta appartata, ndr]. Essendo io illegale dell' Ascoli, mentre ci stavamo sedendo mi hanno detto: dietro al vostro tavolo c'è un dirigente della Roma, Luciano Moggi, vostro avversario di domani - è seduto con l'arbitro Pieri. A quel punto mi sono girato e ho visto Moggi e Pieri con altri due o tre individui». Verso l'1:15 nel ristorante è arrivato il segretario dell' Ascoli, Leo Armillei, che ha raggiunto il tavolo di Girardi. «Quando Armillei ha guardato verso il tavolo di Moggi e Pieri, tutti loro si sono alzati precipitosamente e sono usciti in gran fretta dal ristorante. Dopo qualche minuto, Moggi è rientrato da solo, ci ha raggiunto e ha salutato Armillei chiedendogli chi fossero quelle persone sedute al tavolo con lui, cioè noi, e Armillei ha risposto che eravamo suoi amici 13. Poi Moggi se n'è andato. Di fronte a questa situazione che mi è apparsa anomala, ho invitato il segretario della società a riferire al presidente Rozzi». L'avvocato Girardi precisa ancora: «Durante la cena, durata almeno un'ora e mezza, cioè fino a quando non è entrato nel ristorante Armillei che essi conoscevano, al tavolo di Pieri e Moggi c'è stata sempre viva cordialità 14. Quando l'arbitro e gli altri, che Armillei ha riconosciuto nei guardalinee, se ne sono andati in tutta fretta e Moggi è rientrato per salutare, anche noi ci siamo alzati per andarcene. Era, ripeto, l' 1:15 circa. E poiché nel frattempo anche fra di noi si era aperta una discussione in merito al da farsi di fronte a un fatto così, il proprietario del locale ci si è avvicinato dicendo si dispiaciuto di averci fatto accomodare proprio in quella saletta. Questi sono i fatti come sono realmente accaduti».
Del resto è difficile credere a un Moggi che cena solitario, di sabato sera, nella saletta riservata di un ristorante. Tanto quanto è difficile credere a una tema arbitrale che, nella stessa sera e alla stessa ora, capita per caso nello stesso ristorante e nella stessa saletta appartata... Infatti la testimonianza dell'avvocato Luigi Girardi - che sbugiarda Lucianone perfino in fatto di orari - viene pubblicata dal "Messaggero" il 28 novembre, e Moggi si guarda bene dal contestarla. Memore dei trascorsi ferroviari, Paletta ha un debole per i fischietti, e aspira al ruolo di manovratore.

Note

1 Ancora oggi, Moggi e Galletti sono inseparabili. Galletti ha seguito Lucia­none anche a Torino, e se ne sta dietro le quinte della Juventus. Torna su
2 Molti anni dopo, ormai miliardario, Moggi ricorderà con ispirato lirismo quegli anni eroici: «Rivedo la mia "Seicento", che dovetti rivendere per com­prare i mobili di casa quando mi sposai... Rivedo la miseria di quegli anni lontani...». Torna su
3 Anche Causio diventerà campione del mondo con la Nazionale in Spagna, nel 1982, insieme a Rossi, Gentile e Scirea. Torna su
4 Anni dopo Moggi dirà del suo mèntore: «Allodi mi portò alla Juve, mi fece vivere con la squadra, mi insegnò tutti i segreti di questo lavoro». Torna su
5 Roberto Perrone, “Corriere della Sera” 1° luglio 1991 Torna su
6 Non si conosce un solo giornalista che abbia sentito il bisogno di restituire il peloso "omaggio". Se ne conoscono invece molti che hanno firmato deci­ne di articoli molto indulgenti verso il generoso donatore... movenze tipicamente andreottiane. Come i portaborse dello storico leader democristiano (da Sbardella a Evangelisti), diventa un vero fuoriclasse delle pubbliche relazioni intese come clientelismo: rozzo, colorito, disponibile, spiritoso, alla mano. E come Andreotti sa lavorare nell' ombra, trafficare dietro le quinte, muoversi sotto le foglie alla maniera dei serpenti. Una doppiezza che diventerà la caratteristica di fondo e la struttura portante del suo crescente potere nel mondo del calcio. Lucianone impara a non perdere mai la calma, a farsi concavo davanti alle situazioni convesse, convesso davanti a quelle concave. Sa che è bene essere amici di tutti e di nessuno, che è il denaro a muovere il mondo, che le regole in Italia sono fatte di eccezioni, che il fine giustifica i mezzi, che la spregiudicatezza è un prerequisito del successo, che l' "immagine" pubblica può coprire qualunque vizio privato. E impara - ma questo forse già lo sapeva - che il calcio che avvince milioni di italiani e muove crescenti masse di denaro è quanto di più effimero esista in natura: basta un refolo di vento, l'errore millimetrico di un calciatore, una svista arbitrale, una qualunque minima "casualità", e molte prospetti­ve mutano, molte fortune nascono e muoiono per un niente... Torna su
7 Cfr. G. Perna, cit. Torna su
8 Bruno Ferretti, "Il Messaggero", 26 novembre 1979. Torna su
9 Lucianone finge di non sapere chi sia «il testimone» dell'incontro scabroso: invece -come si vedrà- lo conosce benissimo. Torna su
10 Quella che Moggi chiama "questione di buona educazione" è in realtà una grave scorrettezza che fa a pugni con le più elementari norme di deontologia sportiva. Anche se forse Lucianone pensa che la deontologia sia una malattia tropicale.Torna su
11 Significativo il commento di Viola alla minaccia giudizi aria di Lucianone contro Rozzi: «La Roma la difendo io che sono il presidente, la sua persona Moggi la difende lui ma con la mia autorizzazione». Poco tempo dopo - e senza nessuna autorizzazione presidenziale - Lucianone e Rozzi divente­ranno grandi amici. Torna su
12 Si noti come Lucianone Moggi abbia invece indicato un orario completamente diverso. Torna su
13 È evidente che Lucianone conosce bene Armillei, mentre non conosce gli altri commensali. E questo spiega la precipitosa fuga dal ristorante all'arrivo del segretario ascolano. Torna su
14 Dunque la cena fra Moggi e la tema arbitrale non è affatto finita alle ore 23, come ha affermato Lucianone, ma si è protratta fino a dopo l'una di notte, ed è stata interrotta in tutta fretta per l'arrivo nel ristorante del segretario ascolano. Torna su

Lucianone ultrà

Dovunque passi, Moggi lascia il segno, inconfondibile e indelebile. Ne sa qualcosa l’ imprenditore informatico Paolo Depetrini (figlio di quel Baldo Depetrini che fu un campione della Juventus negli anni 1933-1949).
Nel maggio 1994 la società bianconera, appena affidata alla triade Giraudo-Moggi-Bettega, appalta a Depetrini la gestione delle biglietterie dello stadio Delle Alpi. Firmato il contratto, l'imprenditore fonda una società - la Stadio Service - per la bisogna. Da allora, e per due anni, incappa in una serie di peripezie e "stranezze" da parte della Juventus, che diventeranno oggetto di due inchieste della magistratura torinese in seguito alle denunce dell'imprenditore.
Quasi subito, Depetrini si accorge che la Juventus gestisce i biglietti delle partite con molta disinvoltura. Quelli timbrati "Ancol", a prezzo ridottissimo, vengono distribuiti ai club degli ultrà scavalcando la Stadio Service (che dovrebbe invece esserne l'unico distributore) e venduti agli ultrà a sole 10 mila lire - gli ultrà, poi, li rivendono col bagarinaggio agli ignari tifosi a prezzo intero, cioè a 26-30 mila lire (a seconda dell'importanza della gara), con un guadagno di decine di milioni a partita (ovviamente esentasse). Un sistema semplice e ingegnoso per finanziare i club ultrà più facinorosi senza dare nell' occhio e senza sporcarsi direttamente le mani.
Vale la pena di ricordare che, durante la presidenza Boniperti, la Juve aveva messo alla porta tutti i club non costituiti con atto notarile, negando loro i biglietti, per troncare ogni rapporto con le frange più scalmanate e incontrollabili della tifoseria. Le quali, per tutta risposta, avevano inscenato continue contestazioni e scioperi del tifo. Le contestazioni erano poi proseguite per qualche settimana anche dopo l'avvento della triade Giraudo-Moggi-Bettega, ma per ben altri motivi. I tifosi bianconeri protestavano per l'arrivo ai vertici della Juve di due personaggi dai trascorsi "granata": Moggi, già direttore sportivo del Torino, e Giraudo, notoriamente tifoso del Toro e già consulente di Borsano. Ma queste proteste erano durate poco, e si erano trasformate come per incanto in cori di giubilo. Stando al racconto di Depetrini, ben si comprende perché.
L'imprenditore chiede spiegazioni al dirigente Paolo Prandi, responsabile del Centro coordinamento club juventini (che ha sede presso la Stadio Service): perché i biglietti Ancol vengono venduti al di fuori della distribuzione ufficiale? La risposta è che «la società deve prediligere questi gruppi organizzati e finanziarli». Prandi gli parla di «un personaggio in carcere, addirittura condannato all'ergastolo, che dava ordini a un certo A. A. 12 sulla gestione della Curva Sud dello stadio in occasione delle partite della Juventus»; di «gente di Milano, che minacciava i tifosi della curva Nord per vendere loro i biglietti "omaggio" ricevuti dalla società»; e infine di imprecisate «minacce e intimidazioni ricevute dai vertici juventini».
Scrive Depetrini nella sua denuncia all'autorità giudiziaria: «Che ci fosse una connivenza tra la società e alcuni personaggi dei gruppi organizzati mi fu ben chiaro, sempre alla fine di novembre 1994, allorché in due occasioni lo staff dirigenziale della Juventus composto da Giraudo, Bettega, Moggi e Prandi incontrò presso la mia sede [Stadio Service, ndr] alcuni rappresentanti di questi gruppi, tra i quali A. ... e altri di cui non ricordo i nomi. Ovviamente, nonostante fossi il titolare della biglietteria ufficiale Juventus e quindi il distributore dei biglietti, non fui invitato a tali riunioni, ma venni a conoscenza del tenore delle richieste fatte alla Juventus e di quali fossero le politiche societarie dallo stesso Prandi e dalle enfatizzazioni dell' A.: la nuova dirigenza Juventus aveva bisogno di questi sostenitori per impedire contestazioni dei tifosi che richiedevano una restaurazione della vecchia dirigenza e non gradivano i signori Giraudo e Moggi per i loro trascorsi granata... Fu ben chiaro ai capi tifosi e ai gruppi chi effettivamente comandasse e disponesse del "potere dei biglietti", come catechizzava il Prandi stesso. La società quindi non aveva scelta: doveva finanziare questi gruppi».
Depetrini - citando come testimone un'altra vecchia gloria juventina, Bruno Garzena - racconta di aver confidato le sue perplessità anche a Giraudo, ricevendone la seguente risposta: «Alla base della loro [dei capi ultrà, ndr] cultura c'è la violenza, e quindi la società non può intervenire... E comunque questi fatti sono normale prassi di ogni società di calcio». Inoltre, scrive Depetrini, «Giraudo mi disse che a livello personale correva il rischio, tra l'altro, che questi personaggi gli potessero creare dei danni alle cose proprie, come l'automobile e la casa». I tifosi, in pratica, avrebbero ricattato la dirigenza juventina, costringendola a scendere a patti.
«Dopo gli incidenti avvenuti in occasione di Juventus-Fiorentina e alla condanna di diversi tifosi», prosegue Depetrini, «la Juventus si adoperò oltre misura affinché gli stessi fossero "graziati", a seguito di varie pressioni dello stesso A., quale latore dello scontento dei vari capi per questa situazione. In questa occasione, per alcune domeniche di gare casalinghe, la cosiddetta tifoseria organizzò uno sciopero del tifo e produsse diversi striscioni contro le sanzioni applicate ai sostenitori condannati. In un' occasione assistetti alle rimostranze di A. e D. [un altro capo ultrà, ndr] nei confronti della società... A questo punto era sempre più chiaro che comunque la Juventus provvedeva - con i biglietti Ancol e i biglietti "omaggio" - a finanziare tali gruppi, per potersene assicurare il controllo e le prestazioni».
Per le società calcistiche, i rapporti con le frange più facinorose del tifo organizzato sono imbarazzanti e inconfessabili. Tanto più all'inizio del 1995, quando allo stadio genovese di Marassi rimane ucciso un tifoso del Genoa aggredito da una banda di ultrà milanisti e il Parlamento approva la legge Maroni: un giro di vite contro gli hooligan all'italiana e le società che li foraggiano. Da allora, sostiene Depetrini, anche la Juve ha preso precauzioni per non lasciare impronte digitali: «Prandi non consegnò più direttamente i biglietti Ancol o altri biglietti di curva, ma li acquistava direttamente lui, passandoli poi ai gruppi». Una prassi di dubbia liceità, viste le severe prescrizioni della nuova legge: pacchi di biglietti sarebbero finiti addirittura a tifosi diffidati dalla Polizia dal frequentare lo stadio. «Un mio dipendente», scrive Depetrini, «doveva, per precise disposizioni del Prandi, rendere disponibili i biglietti ordinati, compilando comunque delle distinte intestate alla Juventus, sulle quali venivano indicati la serie e i numeri consegnati, e i nomi dei club o gruppi destinatari. Alcune di tali distinte, nelle quali compare come acquirente dei biglietti un fantomatico "Juventus Club Prandi" [club inesistente, ndr], sono state sottratte nel furto avvenuto nei miei uffici nel 1996 e da me denunciato. Per fortuna, ne avevo conservato le fotocopie».
Depetrini comincia a rendersi conto che «la mia struttura, grazie alle prepotenze e alle prevaricazioni nei miei confronti di tutta la dirigenza Juventus, era solamente uno strumento di copertura per meglio "giostrare" con i biglietti a favore di chi più conveniva a Prandi e alla Juventus stessa». L'imprenditore bussa continuamente alla porta della direzione juventina reclamando il rispetto del contratto. Per tutta risposta, il 2 dicembre del 1994 si è visto imporre «l'esborso di lire 107.100.000 per "integrazione avviamento"», oltre all'assunzione forzata di tre ex dipendenti della Juventus con stipendi da favola (condizione prevista dal contratto capestro). Imposizioni che vanno ad aggiungersi ai continui oneri contrattuali per centinaia di milioni a carico di Depetrini, e che hanno indotto l'imprenditore a denunciare la società juventina per estorsione.
Nel febbraio del 1995 la Juventus diretta da Moggi comincia una lunga manfrina con il Comune di Torino, lamentando che la permanenza allo stadio Delle Alpi (costruito dalla società romana Acqua Marcia per conto del Comune in occasione dei mondiali di Italia '90) è troppo onerosa. Per forzare la mano all'amministrazione municipale e spuntare condizioni di maggior favore - a spese del contribuente - la Juventus decide di giocare le ultime partite della Coppa Uefa a Milano, allo stadio Meazza di San Siro. E se i tifosi torinesi, costretti a traslocare e ad accollarsi le spese del viaggio, non gradiscono, protestino pure con il Comune, additato come il solo colpevole di tutto.
La prima partita, il 4 aprile, è Juve-Borussia, 2 a 2. Della stampa e della distribuzione dei biglietti dovrebbe occuparsi come da contratto Depetrini, che infatti se ne accolla le spese organizzative; ma poi scopre che la Juventus, «senza neppure avvisarmi o consultarmi, ha affidato 35.500 biglietti al Milan». La scena si ripete il 17 maggio, per la finale Juventus-Parma, disputata anche quella a Milano: «Una quota di lire 600 milioni di biglietti fu affidata al Milan», che poi gentilmente gli girò la fattura delle spese di stampa, a costo doppio rispetto a quello pagato normalmente da Depetrini. La duplice operazione è un ulteriore danno economico per la sua attività, ma quando va a protestare in casa Juve l'imprenditore si sente rispondere che «il mio guadagno era più che sufficiente». La società bianconera provvede anche a modificare il contratto, formalmente in favore di Depetrini: stabilendo che le spese dei biglietti e dei cassieri saranno a carico della Juventus. In realtà «tutto continuò a essere addebitato a Stadio Service». E intanto - sempre in barba al contratto, e sempre a detta dell'imprenditore - la Juventus continua a gestire in proprio i biglietti dati alle squadre ospiti a Torino, e quelli che riceve dai club ospitanti nelle trasferte.
Siamo ormai nella primavera inoltrata del 1995, e i rapporti fra Depetrini e la Juventus si fanno ancora più incandescenti: «Prandi si lamentava con i miei dipendenti del fatto che, per preciso incarico della Juventus, doveva continuare a finanziare i gruppi organizzati, ma la società non gli assegnava alcun apporto finanziario e quindi lui si vedeva costretto a ricorrere a "finanziamenti in proprio". Il che significava molto spesso vendere anche i biglietti omaggio e molto spesso anche quelli di riserva». Biglietti omaggio venduti sottobanco: un déjà vu che accomuna il Toro di Lucianone ieri e la Juve di Lucianone oggi... Depetrini avrebbe le prove documentali: in particolare, «le lettere di protesta di alcune persone che avevano acquistato dal vicepresidente del Centro coordinamento dei club biglietti omaggio a 35 mila lire ciascuno».
Dalla denuncia di Depetrini emerge la nuova concezione che la nuova dirigenza juventina avrebbe del mondo del calcio come pura fonte di denaro: «Il signor Romy Gai, responsabile del Marketing [della Juve], mi informò che erano cambiate le strategie nel mondo del calcio, e che alla Juventus non interessava nulla del tifoso "tradizionale", del nucleo familiare che va allo stadio. Le nuove strategie prevedono: uno stadio con dei tifosi "finti" (come negli spettacoli televisivi, dove gli spettatori applaudono o ridono quando si accende la lucina), e i biglietti a questi tifosi vengono distribuiti attraverso gli "sponsor ufficiali" ai quali vengono imposti per contratto pacchi di biglietti. 1 tifosi tradizionali devono essere avviati alla "pay per view" [la Tv a pagamento, ndr], in quanto alla Juventus i diritti che ne derivano rendono molto di più». Una strategia che, in pratica, «annullava l'esistenza di una biglietteria efficace e capillare», anche in seguito a «vari contratti di sponsorizzazione che la Juventus andava stipulando con diverse società, poi direttamente interessate alla biglietteria, come la Gemini Viaggi e la Polti, che portavano alla società degli enormi ritorni finanziari» .
Nel maggio 1996, la goccia che fa traboccare il vaso. La Juventus è in finale di Coppa dei campioni con l'Ajax: si giocherà all'Olimpico di Roma. Il 26 aprile, un comunicato ufficiale della società annuncia: «I biglietti disponibili verranno distribuiti esclusivamente con la collaborazione del Centro coordinamento club e pertanto non verranno messi in vendita per motivi di ordine pubblico... Il viaggio a Roma dei tifosi verrà organizzato dalla Juventus per tramite dei suoi partner». La tifoseria bianconera si ribella, con lettere e telefonate inferocite alla sede juventina e ai giornali. Chi vuole vedere la partita allo stadio di Roma dovrà passare attraverso i club e versare il suo obolo all'agenzia di viaggi della Juventus (la Gemini Viaggi, gruppo Fiat): non si può raggiungere la capitale con mezzi propri, occorre versare l'obolo completo (per viaggio e biglietto) alla Real Casa. Ancora una volta, in barba al contratto, la società Stadio Service è estromessa dalla distribuzione dei biglietti.
Quanti biglietti la Juventus abbia ricevuto dall'Uefa, Depetrini non l'ha mai saputo. Ufficialmente la società - per scusarsi di non poterne vendere "al dettaglio" e per giustificare la scelta di averli esauriti tutti con le richieste dei club - sostiene di averne avuti soltanto 19 mila. Secondo Depetrini, invece, ne aveva tra i 23 e i 35 mila. Alle vane proteste dell'imprenditore, la Juventus risponde che la nuova soluzione è stata dettata dalla necessità di «non alimentare il bagarinaggio», mentre «proprio questo stava facendo la Juventus». Come? «La Juventus consegnò al capo degli ultrà Acanfora, già diffidato dalla Polizia di Stato, senza alcun titolo di preferenza e di ufficialità, biglietti per 180 milioni di lire per la finale di Roma. L'importo è equivalente alla consegna di circa 1.200-1.400 biglietti, che furono poi rivenduti per il triplo: pressappoco 540 milioni [con un guadagno netto di circa 360, ndr]. Ho inoltre assistito alla consegna da Prandi ad Acanfora di un cospicuo numero di biglietti "omaggio" - circa 500 - inviati dalla sede della Juventus».
Intanto scoppia l'ira dei tifosi juventini rimasti senza biglietto: «La mia sede», ricorda ancora l'imprenditore, «era subissata di insulti e di minacce, tutti quelli che telefonavano si sentivano "truffati" dalla Juventus per la mancata distribuzione dei biglietti». Anche quell'operazione è di dubbia regolarità, se è vero che, come rivela Depetrini, «la Juventus si accorse che il Centro coordinamento club non aveva titolo per raccogliere il ricavato della distribuzione dei biglietti e la signora Gastaldo [responsabile amministrativa della Juve, ndr] mi telefonò chiedendomi di poter far transitare sul conto della Stadio Service le somme raccolte». Depetrini esprime un altro dubbio: se la Juventus gestiva in proprio i diritti sui biglietti delle partite in trasferta, sebbene il contratto li assegnasse a Stadio Service, quegli introiti erano registrati sui bilanci della società? E, se lo erano, sotto quale voce?
Nell'estate 1996 Depetrini mette in fila i crediti che vanta nei confronti della Juventus e chiede che gli vengano saldati, tanto più che la nuova campagna abbonamenti - nonostante la vittoria juventina in Coppa campioni - ha fruttato la vendita di solo 28 mila tessere, contro le 36 mila dell'anno precedente. Non ricevendo alcuna risposta, in settembre l'imprenditore trattiene per sé come "acconto" sui suoi crediti l'incasso di una delle prime partite casalinghe del nuovo campionato, Juve-Fiorentina. A fine settembre Giraudo si decide a incontrare Depetrini per discutere l'intera faccenda, ma l'impasse non si sblocca. E in un successivo incontro con Chiusano, Giraudo, Bettega e avvocati vari, Depetrini viene minacciato di denuncia per appropriazione indebita. Parlando con Giraudo e Chiusano, l'imprenditore rivela gli episodi più sconcertanti cui ha assistito nell'ultimo biennio: non solo i continui favori indebiti agli ultrà, con la vendita di biglietti omaggio e Ancol, ma anche un particolare che riguarda la gestione allegra di Luciano Moggi, e precisamente: «Le richieste di biglietti da parte di noti bagarini napoletani che, recandosi da Prandi, potevano acquistare, grazie alle raccomandazioni del Moggi, lire 15 milioni di biglietti di curva per le partite di cartello, che ai tifosi normali venivano negati perché ufficialmente "esauriti da tempo"».
Sempre nell'autunno 1996, Depetrini si vede consegnare da Prandi una busta con 4 milioni - una specie di "buonuscita" mascherata da percentuale (in nero) degli incassi per le magre prevendite di Juve-Rapid Vienna di Coppa campioni (28 milioni). Depetrini chiede spiegazioni alla segretaria amministrativa della Juve, e registra la telefonata: la donna dice, ammiccando, che quella è una specie di «maggiorazione prezzo... arrotondamento per valuta... io in contabilità non ce li ho». Frasi che autorizzano qualsiasi dubbio: «Se su 28 milioni», si domanda Depetrini nell' esposto-denuncia, «me ne spettano 4 e chiaramente senza pagare una lira di tasse, quanti soldi mi doveva­no essere riconosciuti in rapporto a tutte le altre partite della Juventus? Se per una vendita di 28 milioni Prandi ne riusciva a recuperare quattro, in che modo venivano venduti i biglietti e chi materialmente effettuava le maggiorazioni? Da chi e come hanno recuperato questi soldi? Se a ogni partita si effettuavano tali maggiorazioni, qual è il danno che è stato arrecato alla mia struttura? Tali maggiorazioni a che cosa servivano: a un indebito tornaconto personale? Oppure a una creazione di fondi per gruppi organizzati?». Domande alle quali dovrà dare una risposta la magistratura.
Si arriva così all'ultima puntata dell'intrigo. L'8 novembre 1996 la Juventus comunica a Depetrini la revoca del contratto. Nel corso di una riunione al vertice con Chiusano, Bettega, Giraudo e Moggi, Depetrini quantifica i danni fin lì subiti in un miliardo e 600 milioni; la Juventus, a sua volta, reclama i 600 milioni per le ultime percentuali sui biglietti non più pagate; la discussione si arroventa e poi si arena. Nelle stesse ore, la sede della Stadio Service viene visitata da strani "ladri" che sottraggono del materiale piuttosto prezioso e compromettente: «Documenti relativi ai biglietti di diverse gare e intestati al fantomatico "J.C. Prandi"» , nonché «i dati dal mio sistema centrale meccanizzato e affidato in assistenza alla General Soft Srl». La GeneraI Soft, con sede in piazza Crimea, a due passi dalla sede della Juventus, con la quale intrattiene da tempo rapporti d'affari, è un'azienda che si occupa di software gestionali e che ha elaborato il programma (acquistato da Depetrini) per biglietti e abbonamenti allo stadio Delle Alpi: tiene il controllo dei settori, delle file, dei posti numerati, dei biglietti omaggio e scontati, dei dati anagrafici dei tesserati, eccetera. Un programma indispensabile a chiunque gestisca la biglietteria dello stadio; senza quei dati, una volta liquidato Depetrini, la Juventus non potrà stampare le etichette da applicare sui biglietti da mettere in vendita per le future partite, a cominciare da quelle contro l'Inter e il Milan...
La necessità e urgenza della Juventus di entrare in possesso di quel programma traspare da una telefonata a Depetrini - anch' essa registrata - del legale rappresentante di General Soft, tale Martini, il giorno prima della revoca del contratto (7 novembre 1996): «Abbiamo bisogno di etichette, io cosa gli dico a 'sti qua, che faccio? Stamattina mi ha chiamato sul cellulare la Gastaldo... Non possiamo rovinarci il rapporto con la Juve»; ma Depetrini, visto che il software-abbonamenti è di sua proprietà, non s'intenerisce e fa sapere che non intende cederlo a nessuno. È in questo quadro, nella parte più delicata della sua denuncia, che si inserisce il furto dei dati dai suoi computer: «I miei dipendenti mi hanno confermato che nel. l'ambiente della Juventus, molte persone sono a conoscenza che la General Soft, su precise disposizioni della Juventus, ha volontariamente copiato tutti i dati inseriti nel mio sistema e glieli ha messi a disposizione».
Nel marzo 1997 il pubblico ministero presso la Pretura Carlo Monferrini e il Gip Giorgio Martincich sequestrano i computer "visitati" e dispongono un incidente probatorio che sembra confermare i sospetti di Depetrini. Sulla perizia si legge infatti: «Risulta che gli archivi informatici e i dati esistenti sui supporti magnetici sequestrati presso la GeneraI Soft e presso la biglietteria [della Juventus presso lo stadio Delle Alpi, ndr] sono provenienti da quelli esistenti sul calcolatore della Stadio Service con le varianti conseguenti a un loro successivo utiliz­zo». Intanto, il 3 dicembre 1996 la Juventus presenta istanza di fallimento a carico di Depetrini; ma l'istanza viene respinta dal Tribunale fallimentare di Torino, in attesa che un arbitrato stabilisca quanto l'imprenditore sia debitore verso la società bianconera, e viceversa 13.
Il 28 maggio 1998 le denunce di Depetrini finiscono sul quotidiano "la Repubblica". Suscita scalpore soprattutto un episodio narrato dall'imprenditore e destinato a rinfocolare l'annosa contesa, tutta di casa Fiat, fra "umbertiani" e "romitiani": «La connivenza della società con tali gruppi [di tifosi ultrà, ndr] era talmente radicata che, per la partita casalinga del 15 gennaio 1995, Juventus-Roma, il dottor Giraudo personalmente venne presso la nostra sede la mattina della partita, parlò con Prandi e A. per far comporre uno striscione di circa 10 metri con il seguente slogan: "Romiti, i bei tempi son finiti". Assistetti alla confezione dello striscione (perché mi fu chiesto se avessi delle bombolette di vernice spray), che avvenne nel retro del distributore Ip di fianco alla mia sede, e reputo che non sia assolutamente stata una burla, tant'è vero che ne riferirono le cronache dei giornali, informati di questo dai dirigenti della Juventus. Lo striscione - che fu confezionato da Acanfora con l'aiuto di alcuni "fedelissimi" che conoscevo personalmente - fu introdotto allo stadio [Delle Alpi] utilizzando l'auto di servizio della società e poi a un certo punto della partita srotolato nella curva».
Romiti, quel 28 maggio, incontra i giornalisti come presi­dente della Fiat. E commenta: «Me lo ricordo benissimo, quello striscione contro di me. Era Juve-Roma [15 gennaio 1995, ndr], io non andai allo stadio, ma lo vidi sui giornali. Mi meravigliò molto. La fotografia sui giornali ce l'ho ancora presente. I commenti li lascio a voi». Sulle pagine di "Repubblica" Maurizio Crosetti ricostruisce così tutta la manovra: «Impossibile dimenticare il gennaio 1995, quando Romiti disse: "In questi anni la Juventus è stata come una amante, un rapporto più passionale, ma ora torno alla Roma [di cui l'ex presidente della Fiat è tifoso fin da ragazzo, ndr], che è come la moglie". E, a proposito dei nuovi (allora) dirigenti bianconeri, fra i quali il tifoso granata Giraudo: "Bisogna amare il prodotto che si realizza. Non si possono fare automobili come se fossero dentifrici". La risposta arrivò in curva. E siccome la scrittapoteva sfuggire a qualche giornalista distratto, ci pensò il dirigente bianconero Romy Gai a segnalarla ai cronisti della tribuna stampa, passando di banco in banco». Dunque il racconto dell'imprenditore qui trova conferma.
La reazione di casa Juve alle rivelazioni di Depetrini è piccata. Mentre Giraudo tace, l'avvocato-presidente Chiusano liquida tutto come «parole che valgono quel che valgono, visto che questo personaggio ha rubato 600 milioni alla Juventus: cioè l'incasso della partita contro la Fiorentina. Mi spiace perché ricordo suo padre, e mi fa rabbrividire l'idea di quel che ha fatto suo figlio. Lo abbiamo denunciato per appropriazione indebita, e ci riserviamo di querelarlo» 14. Chiusano replica anche alle altre accuse di Depetrini: «Vecchie insinuazioni per screditarci. Per !'indagine sui rapporti tra la nostra società e i club del tifo, il pubblico ministero.ha già chiesto l'archiviazione. Le perizie tecniche hanno dimostrato che non c'è nulla di illegale nella copia dei dischetti per etichettare i tagliandi: fu la stessa società di Depetrini a produme copia per la Juve... Mi arrabbierei se sapessi che Giraudo perde il suo tempo a scrivere striscioni, lo riprenderei perché lui deve fare altro. La storia dei rapporti con i bagarini napoletani amici di Moggi è un pettegolezzo come le cene con i capi della tifoseria».
Depetrini replica: «Sono io che querelerò l'avvocato Chiusano una seconda volta, visto che continua a darmi del ladro. La Juve mi deve un miliardo e 600 milioni di diritti non riconosciuti, ha tentato di rovinarmi ma non c'è riuscita. Hanno paura di andare in tribunale, perché lì racconterei tutto. Ho le prove dei rapporti illeciti tra la Juventus e gli ultrà e le ho fornite ai magistrati».
Il silenzio più assordante, in tutta questa storiaccia, è quello del direttore generale della Juve. Strano, perché Lucianone è un vero esperto, collaudato da anni di attivismo sul campo, in fatto di biglietti omaggio, soldi "in nero", intrighi nell' ombra, ambigui rapporti con i più impresentabili capi delle fazioni ultrà. Fazioni che entrano sapientemente in gioco ogni qualvolta, per certi dirigenti, se ne presenti la necessità. Infatti si rivedranno all'opera nei giorni caldi dello scandalo doping, con un truce assalto alla tribuna stampa dello stadio Delle Alpi; anche in quella occasione, Moggi fingerà di non avere visto né sentito nulla: «Stavo guardando la partita...».

Tutto in famiglia

L'inchiesta torinese sul doping ne genera un'altra, più nascosta ma altrettanto clamorosa: quella sugli arbitri e sui meccanismi di designazione. Forte è il sospetto che le procedure dei sorteggi che assegnavano un determinato arbitro a una determinata gara potessero essere aggirate o manipolate.
All'inizio di febbraio 1999 viene interrogato Mario Auriemma, presidente del Civitavecchia con alle spalle una lunga esperienza ai vertici dei club pallonari: secondo alcune voci, col magistrato avrebbe parlato anche di Moggi. Auriemma si sottrae alle specifiche domande dei cronisti, però conferma che di Lucianone a Guariniello «ne avevano già parlato altri. Per esempio il povero De Sisti, uno che finché Moggi sarà in circolazione non troverà una panchina nemmeno in serie C».
Le voci attorno al nome di Moggi si intensificano nella prima metà di marzo, quando al Palazzo di giustizia di Torino arriva il presidente giallorosso Franco Sensi. Per tre ore parla con Guariniello di meccanismi di potere, arbitri e dirigenti, facendo spesso il nome del presidente federale Nizzola e quello di Moggi (con il quale Sensi ha rapporti tesi fin dai tempi del passaggio dell'ex ferroviere alla Juventus).
Il 25 marzo Guariniello dispone il sequestro del "computer degli arbitri" per verificare come venivano designati i direttori di gara nel contestatissimo campionato 1997-98 (il designatore era Fabio Baldas, al momento ospite fisso nel barsport- Tv di Aldo Biscardi). Il magistrato ritiene che i criteri di scelta fossero tutt' altro che trasparenti, anzi facilmente "pilotabili" dall'interno e dall'esterno. Uno speciale programma avrebbe dovuto assicurare il massimo automatismo nella scelta dei direttori di gara, abbinando i più bravi e più "adatti" alle varie partite, classificate secondo il grado di difficoltà. Invece si sospetta che il designatore potesse aggirare il software quando le decisioni del "cervellone" non erano gradite, come confermerebbero le spiegazioni tecniche degli ingegneri ai quali il magistrato ha affidato una perizia.
Ai primi di ottobre dal pubblico ministero torinese si reca anche il presidente della Lazio, Sergio Cragnotti: "la Repubblica" scrive che «L' indagine sul calcio truccato riguarda una presunta "cupola" di potere formata da alleanze trasversali fra dirigenti di alcuni grandi club, procuratori e arbitri: ne hanno parlato diversi esponenti di società minori, più due "pentiti" rimasti finora top-secret».
Mentre l'inchiesta-arbitri procede, Lucianone si esibisce nel suo miglior repertorio: quello della vittima. Denuncia un fantomatico "complotto" contro la sua Juve, e ospite dell'amico Biscardi si scaglia perfino contro la "prova televisiva" (introdotta nella giustizia sportiva per sanzionare le infrazioni più macroscopiche sfuggite all'occhio dell'arbitro): «Siamo contrari al modo in cui viene utilizzata. Purtroppo il tifo esiste e il regista potrebbe anche esaminare un'azione invece di un'altra... La tv è un mezzo che può venire manovrato dalla mano dell'uomo. Bisogna studiare qualcosa affinché non diventi un problema per il calcio, anche perché ci sono società che possono produrre le immagini autonomamente e altre che non lo possono fare». Lucianone se ne intende: lui nelle tv entra e esce senza problemi, come negli spogliatoi.
All'inizio di dicembre arriva a sentenza l'altra inchiesta giudiziaria sui presunti favoritismi arbitrali del discusso campionato 1997-98, quella condotta dal Tribunale di Firenze. Inchiesta avviata dopo Empoli-Juve del 19 aprile 1998, quando l'arbitro Pasquale Rodomonti non convalidò un gol "fantasma" segnato dal difensore toscano Stefano Bianconi, consentendo la vittoria per 1-0 alla Juventus. Il Gip del capoluogo toscano.
Antonio Crivelli, dispone l'archiviazione dell'inchiesta, rilevando l'assenza di dolo e di corruzione dei direttori di gara indagati, ma ipotizza che gli arbitri siano affetti da «sudditanza psicologica» nei confronti della Juve moggiana: nel suo decreto, il giudice scrive che «la sospetta coincidenza di errori arbitrali in più partite e a opera di più direttori di gara a favore della Juventus può lasciar trasparire una sorta di sudditanza psicologica». Lo scafato Lucianone incassa, e una volta tanto si cuce la bocca: «No comment».
Il 12 dicembre 1999, allo stadio Delle Alpi, si gioca il derby d'Italia, la classica e spesso avvelenatissima Juventus-Inter. E ancora una volta sembra materializzarsi lo spettro della "sudditanza psicologica". Il direttore di gara, Daniele Tombolini, èprotagonista di due marchiani errori: all'8° minuto il portiere bianconero Van der Sar abbatte fuori area il nerazzurro Zamo­rano lanciato a rete; un fallo da espulsione, perché l'intervento preclude al giocatore interista una chiarissima occasione da gol; ma l'arbitro si limita a estrarre il cartellino giallo. Il secondo abbaglio si verifica al 60°, sull' 1-0 per la Juve: il portiere juventino esce fuori area e respinge il pallone con il corpo: Tombolini prima valuta corretto l'intervento; poi, cedendo alle insistenti proteste dei nerazzurri, si consulta con il guardalinee e combina un papocchio: punisce il fallo di mani (che non c'è) con un nuovo cartellino giallo, ed espelle il portiere bianconero per somma di ammonizioni. L'effetto dei due errori parrebbe così compensarsi, ma in realtà è l'Inter a essere danneggiata: l'espulsione del portiere avversario nei primi minuti di gioco le avrebbe permesso di giocare l'intera partita in superiorità numerica.
Questa stessa partita finisce sul tavolo di Guariniello per una strana omissione nel referto arbitrale. Tombolini avrebbe "dimenticato" di segnalare un importante episodio, poi rivelato da molti testimoni, che riguarda direttamente Moggi: per l' espulsione del portiere bianconero, il direttore generale della Juve si è precipitato nello spogliatoio della tema arbitrale e ha affrontato a muso duro Tombolini e i suoi assistenti di gara; l'arbitro ha messo alla porta Lucianone, ma poi ha evitato di denunciare la scenata nel referto per il giudice sportivo. "Salvando" così l'ex ferroviere, dirigente non autorizzato a frequentare gli spogliatoi arbitrali, dalle inevitabili conseguenze disciplinari. L'episodio viene commentato in maniera sorprendente dal presidente juventino Chiusano: «Sì, Moggi si è recato dall'arbitro a fine partita, com'è sua consuetudine: insieme ai saluti, ha espresso le sue opinioni. Ma non era un intruso, era un dirigente. Escludo che in Juve-Inter ci siano elementi di interesse penale».
Che la polemica sia destinata a proseguire, lo dimostra poco dopo il presidente romani sta Franco Sensi, protestando per le discutibili decisioni arbitrali che favoriscono sempre due squadre: la Juve moggiana, e il suo alleato Milan diretto dal grande amico di Moggi, il berlusconiano Adriano Galliani. Il dirigente rossonero dichiara subito che «il presidente della Roma ci ha diffamato», e annuncia una querela. Lucianone preferisce il sarcasmo: propone che per la prossima sfida Juventus-Roma «noi mettiamo il campo, il pallone e l'acqua per le docce, loro portino pure arbitro e guardalinee: ci va bene comunque».
La tecnica moggiana in materia di arbitri è elementare e collaudatissima. Quando le decisioni arbitrali sono favorevoli alla Juventus (cioè quasi sempre), Lucianone si mostra sprezzante verso chi se ne lamenta o solleva sospetti. Le rarissime volte in cui un errore arbitrale penalizza la Juve (cioè quasi mai), apriti cielo: Moggi insorge, strepita, minaccia, protesta, invoca la gogna per i fischietti "stonati". Come accade nel tormentatissimo sprint-scudetto con la Lazio.
Domenica 3 dicembre 2000, durante Inter-Juventus a San Siro, il difensore bianconero Paolo Montero rifila un pugno alla mascella del centrocampista nerazzurro Di Biagio. L'arbitro Braschi non se ne accorge, ma in seguito il giudice sportivo Maurizio Laudi, basandosi sulla prova televisiva, infligge tre giornate di squalifica al difensore uruguaiano della Juve. Lucianone insorge furibondo: «Contestiamo tutto, incluso lo strumento che è stato utilizzato: la prova tv. In proposito ci siamo affidati ai nostri avvocati: sono loro che valuteranno e decideranno! Mi devono dire dove sia l'eccezionale gravità del fallo di Montero, considerato tra l'altro che Di Biagio ha potuto tranquillamente concludere la partita». Alla fine, Ludanone quasi urla: «È ora di finirla con questa storia! Adesso chiederemo di rivedere tutte le moviole di ogni squadra, per valutare cosa realmente accade in campo. Perché ho la sensazione che succedano anche episodi peggiori dei quali nessuno si interessa». Arroganza, sfacciataggine, vittimismo, sfrontatezza: lo stile- Moggi.
All'inizio del 2001 si gioca Juve-Fiorentina: una punizione trasformata in gol dal gigliato Chiesa chiude la gara sul 3-3. Lucianone protesta: «Mi meraviglio del poco risalto dato dalla stampa nazionale ai fatti di questa partita. A parti invertite, avrebbero scaricato chissà quali invettive sulla Juventus... Per molto meno all'Olimpico, durante il match contro la Roma, noi dirigenti juventini che eravamo in tribuna ci siamo sentiti dare del "ladro" perché l'arbitro, con una decisione peraltro dimostratasi poi giusta alla moviola, non aveva sanzionato con il rigore un intervento su Totti. Va detto ciò che è giusto, e scusate se per una volta ho lasciato da parte lo stile Juventus». Poi passa alle minacce: «Dirigenti della squadra avversaria han­no parlato di vento contrario; allora noi dovremmo parlare di ciclone nei nostri confronti. Ma questa tendenza deve finire!». Il 14 gennaio la Juve è impegnata in casa contro il Bologna.
Nuove proteste di Moggi contro l'arbitro: «Sull'operato degli arbitri ci siamo già espressi. Dico soltanto che tutti hanno gli occhi per giudicare ciò che sta succedendo». Poi però l'ex ferroviere cambia tattica e passa direttamente dalla mezza minaccia alla mezza promessa. Così ai primi di febbraio 2001, dalla solita tribuna Tv del "processo" biscardiano, lancia la sorprendente proposta di multare gli arbitri fuori linea: «Mi sembrerebbe logico, visto che i giocatori e gli altri dipendenti della società vengono multati quando sbagliano... Probabilmente ci sarebbe più attenzione e ci sarebbero meno sviste clamorose: le cose successe in Roma-Lecce, Roma-Bari o Atalanta-Juventus non dovrebbero accadere anche se l'arbitro deve decidere in pochi secondi». Per la cronaca, in Atalanta-Juve, finita 2-1, l'arbitro romano De Santis ha convalidato il gol del pareggio bergamasco, segnato in sospetto fuorigioco.
Dalle continue lamentazioni anti-arbitri, Lucianone passa a un interminabile duello verbale con l'allenatore giallorosso Fabio Capello, che a fine febbraio 2001 costa a entrambi un deferimento alla Commissione disciplinare della Lega calcio.Provvedimento che - spiega una nota della Federcalcio - è stato preso «per avere alimentando dannose polemiche e sospetti sulla regolarità del campionato, mantenuto condotte non conformi ai principi della lealtà, della probità e della rettitudine nonché della correttezza morale in ogni rapporto di natura agonistica e sociale. Esternazioni che, rese pubbliche da orga­ni di stampa, sono idonee, direttamente o indirettamente, a costituire incitamento a forme di violenza». Ma è un fuocherello di paglia: a metà aprile la Commissione proscioglie Moggi e Capello dalle accuse mosse dal Procuratore federale, con tanti saluti al tentativo di costringere Lucianone a toni più civili. Logico quindi che, a metà luglio, l'ex ferroviere si senta autorizzato a tornare sull'argomento con le solite allusioni: «Negli ultimi due anni abbiamo perso lo scudetto per fattori che nulla hanno a che fare con il calcio. Alcuni sono superati, altri ancora no».
Lo scandaloso arbitraggio di Ceccarini che il 26 aprile 1998 ha consegnato lo scudetto 1997-98 alla Juve moggiana ha scavato un solco profondo tra l'Inter di Moratti e la Federcalcio presieduta da Nizzola, l'amicone di Lucianone. E i nodi vengono al pettine nella primavera del 2000, quando è in scadenza la massima carica del calcio italiano. Il "Corriere della Sera" del 13 marzo dà conto delle pressioni nerazzurre sotto il titolo: «L'Inter attacca Nizzola: deve andarsene. Dopo Moratti, interviene Oriali: "Arbitri allo sbando, Federcalcio inesistente. Tutto è contro di noi"». Nell'articolo si afferma: «Moratti, che non crede più nell'istituzione, è pronto allo scontro. Vuole la testa di Nizzola, il presidente fantasma che ha delegato tutti i poteri della Federcalcio alla Lega di Milano e che trascorre il sabato sera in un ristorante di Torino giocando a carte con il direttore generale juventino Luciano Moggi».
Ma Luciano II non sembra avere alcuna intenzione di farsi da parte, forte della inossidabile amicizia di Luciano I e degli amici dell'amico. CosÌ, a maggio, annuncia di essere pronto a ricandidarsi per la prestigio sa poltrona. Il "Corriere della Sera" scrive che «Nizzola perde la pazienza e alza la voce, guarda caso, solo quando gli chiedono di Luciano Moggi: burattinaio o semplice dirigente sportivo?». Risposta di Nizzola: «La domanda mi dà l'occasione per ribadire che non accetterò più insinuazioni di basso profilo. Moggi è mio amico dai tempi del Torino, nel quale abbiamo lavorato insieme per cinque anni. Ma sa benissimo che con me di calcio non può e non deve parlare. Se qualcuno oserà ancora insinuare che chissà cosa succede quando io e lui ci incontriamo, ne risponderà a tutti i livelli. Moggi non mi ha mai chiesto nulla, e io nulla sarei disposto a concedergli. Sia chiaro, ora e sempre».
Il settembre del 2001 segna un momento top per la carriera di Lucianone. Dopo molti annunci, sulla scia delle due squadre romane la Juve conferma ufficialmente la propria imminen­te quotazione in Borsa con il collocamento del 35 per cento del capitale sociale. L'outing bianconero viene accompagnato dall'annuncio di un progetto faraonico: la costruzione di due "Juvelandia", due cittadelle paragonabili a "Disneyworld" che dovrebbero sorgere la prima attorno allo stadio Delle Alpi, la seconda ai confini tra Vinovo e Nichelino, su un' area di cinquecentomila metri quadrati - una megastruttura ricreativo-commerciale immersa nel verde ma dove il marketing saràtutto bianconero. Nella occasione, l'amministratore delegato Giraudo annuncia un'altra decisione strategica: l'aumento da tre a sette del numero dei componenti del Consiglio di amministrazione societario presieduto dall'avvocato Chiusano, e dunque l'ingresso nel Gotha juventino di Lucianone Moggi. Il quale per una volta sembra davvero commosso e cade in ginocchio: «Accolgo con piacere e orgoglio il riconoscimento conferitomi dalla società. Ringrazio la famiglia Agnelli, l'Avvocato e il dottor Umberto, per la stima e l'affetto che mi hanno dimostrato in questi anni. A loro mi lega un rapporto di fiducia ma anche di amicizia». Giraudo parla di lui come di una divinità: «A Moggi devo attribuire molti meriti per i risultati che abbiamo ottenuto in questi sette anni di comune lavoro. Sono molto felice che sia entrato a far parte del Consiglio d'amministrazione, a conferma dello spirito di gruppo che ha contrassegnato il nostro impegno. Oltre ai meriti, devo riconoscere a Moggi di avermi aiutato, e di aiutarmi ancora, a scoprire ogni aspetto del mondo del calcio, che lui conosce da anni... Gli auguro di continuare su questa strada per ottenere, insieme, i risultati che fanno parte della storia della Juve». Sono lontani anni luce i tempi dell'imbarazzato ostracismo verso l'ex ferroviere, i tempi in cui Agnelli lo chiamava «lo Stalliere», e Boniperti lo usava come osservatore esterno, tenendolo fuori dalla porta della sede sociale.
Onore al merito: finalmente Lucianone è stato ammesso nel salotto della Real Casa. Ci sperava da tempo, e allo scopo aveva cominciato a vestire con minore pacchianeria, a parlare più l'italiano che il dialetto, ad atteggiarsi a più a manager che a ferroviere, a muoversi da miliardario anziché da arricchito. Certo, ben più di questi espedienti "d'immagine", per la consacrazione agnelliana ha contato il suo potere smisurato di vero padrone assoluto del baraccone pallonaro. Nel calcio italiano di inizio Duemila non si muove foglia che Moggi non voglia, e il suo è un potere tanto pervasivo quanto inspiegabile. Qualcuno lo attribuisce alla formidabile spregiudicatezza del personaggio, altri al fatto che sia il più bravo di tutti; alcu­ni tirano in ballo vent' anni di inconfessabili segreti calcistici di cui sarebbe depositario, altri gli attribuiscono un inarrivabile talento per le pubbliche relazioni. Senza dimenticare l'effetto moltiplicatore della dinastia: Lucianone si muove in tandem con il figlio Alessandro, che fa carriera come procuratore. E che carriera.
Negli stessi giorni dell'ingresso di Lucianone nel Cda juventino, nasce a Roma la Gea World, società che cura gli interessi di più di duecento cinquanta tra giocatori e allenatori di serie A e B. Alla nuova società sono interessati vari "figli d'arte": Andrea Cragnotti (figlio di Sergio, patron della Lazio), Francesca Tanzi (figlia di Calisto, proprietario del Parma), Chiara Geronzi (figlia di Cesare, presidente della Banca di Roma), Davide Lippi (figlio dell'allenatore juventino Marcello), più l'immancabile Alessandro Moggi, presidente della Gea World, affiancato dal vicepresidente Riccardo Calleri (ex deputato berlusconiano e figlio di Gianmarco, ex azionista di maggioranza di Lazio e Torino). Direttore generale della società: Giuseppe De Mita (figlio dell'ex segretario della Dc Ciriaco).
La Gea World è un insulto alla trasparenza, alla decenza, al senso della misura, è l'apoteosi di tutti i conflitti d'interesse possibili. Ma il baraccone pallonaro è disposto a tutto, in fatto di miliardi. Ogni tanto si leva qualche voce critica, nasce qualche polemica per il clamoroso conflitto di interessi, specialmente quello della famiglia Moggi. Ma è roba da ridere: Lucianone è intoccabile, può fare quello che vuole.
Novembre 2002: durante la partita Modena-Juventus il giocatore Giuseppe Sculli (di proprietà bianconera, ma in prestito al club emiliano) sbaglia un gol già fatto, salvando la Juve. Capello dichiara: «Non credo che Sculli abbia sbagliato apposta contro la Juve. Certo, che poi ci sia una situazione anomala in un certo gruppo è sotto gli occhi di tutti: ci sono molti calciatori e allenatori tutti della stessa scuderia». Il pur cauto riferimento alla Gea di Alessandro Moggi è evidente. Lucianone si sente chiamato in causa e replica: «Capello dice così solo perché sta a -8 in classifica». Nel frattempo viene fatta circolare la voce che il figlio dell' allenatore giallorosso avrebbe tentato anche lui - senza riuscirci - di entrare come socio nella Gea World...
L'incredibile scandalo di Gea World rende bene l'idea del potere moggiano: nessuno osa fiatare (al massimo, un qualche mugugno), e i pochi che ne parlano lo fanno con molta cautela. E il caso del presidente dell' Assoprocuratori, Oberto Petricca, che dichiara: «Ci vuole serenità nell'affrontare l'argomento. C'è stato un cambiamento di rotta nella professione del procuratore, con l'aggregazione di grandi gruppi, una situazione che non riguarda solo la Gea... Il vecchio regolamento prevedeva un tetto di 40 giocatori assistibili, nel rinnovarlo abbiamo proposto anche che non ci fossero più di 5 giocatori assistibili per squadra, ma le nostre proposte non sono state accettate dalla Figc».
Lo scandalo finisce in Parlamento: il deputato leghista Giovanni Didonè rivolge un'interpellanza al ministro della Cultura (con delega allo Sport), il berlusconiano Giuliano Urbani, denunciando il conflitto di interessi e la possibilità che una simile società possa influenzare il campionato di calcio. Lo stesso parlamentare si rivolge anche al ministro dell'Economia, il berlusconiano Giulio Tremonti, perché valuti «l'opportunità di attivare particolari controlli sulle società calcistiche ed emanare norme fiscali per i bilanci delle medesime per evitare false plusvalenze e prevenire quei dissesti finanziari... che travolgono oltre alle società calcistiche anche le grandi imprese che le posseggono». Impensabile in altri Paesi europei, la Gea World è "normale" in Italia, anzi si appresta a diventare il fulcro delle principali iniziative di sfruttamento del mercato, il vero motore del circo pallonaro. Del resto, alla guida del governo italiano c'è il presidente-padrone del Milan (e di una quantità di aziende), primo ministro in pieno "conflitto di interessi" con il suo impero affaristico.
All'inizio di dicembre 2002 la Gea World organizza a Firenze la prima edizione della manifestazione "Expogoal", una tre giorni con l'obiettivo di «creare un' occasione di incontro fra club calcistici, aziende tradizionalmente attive nel campo delle sponsorizzazioni e operatori del marketing»: praticamente una fiera pallonara per valutare le strategie più opportune per sfruttare al meglio le "sinergie" economiche offerte dal calcio. La scelta dei tempi appare perfetta, perché proprio nei giorni della manifestazione fiorentina la dirigenza della Federcalcio è chiamata a deliberare sulla controversa liceità della Gea (un iter avviato nel precedente marzo dal presidente Franco Carraro, il quale ha attivato un'apposita commissione di indagine). Il 2 dicembre Antonio Matarrese, vicepresidente vicario della Lega calcio, dichiara: «Quello della Gea è un problema antipatico, non solo per il bene dei calciatori che rappresenta, ma anche per chi c'è dietro». Ma subito il neopresidente della Lega, il berlusconiano Adriano Galliani, gli replica: «Considero anomale le cose che lo sono, nessuno ha stabilito che la Gea lo sia, il presidente federale ha ordinato una indagine e ne aspettiamo l'esito». Settantadue ore dopo le dichiarazioni di Galliani, sul tavolo del presidente federale approda l'esito di quell'indagine: la Commissione afferma che «la Gea non ha commesso alcuna infrazione al regolamento, pertanto ha lavo­rato nel pieno della legittimità».
Nel dorato dicembre 2002 si comincia a mormorare che Lucianone sia destinato a più elevati incarichi. Cooptato nel Consiglio d'amministrazione del club più blasonato, al primo posto nella speciale classifica dei dirigenti calcistici più pagati d'Italia (con un introito annuo dichiarato in 2.226.000 euro), l'ex ferroviere secondo i giornali sarebbe in procinto di diventare presidente della Federcalcio (in precedenza guidata solo per interposta persona).
Ma non basta. Più di una volta Moggi ha affermato che il vero problema della Nazionale italiana di calcio è la cosiddetta solitudine del commissario tecnico, costretto a subire la volontà dei club più importanti, e al quale dovrebbe dunque essere affiancata una figura inedita per il calcio azzurro, quella del coach-manager. L'idea di Lucianone super-Ct diventa pubblica per bocca del suo amico Pierpaolo Marino, direttore generale dell'Udinese, che propone appunto di affiancare all'allenatore azzurro una "superentità" non più anonima, ma definita: Moggi.
In un Paese pieno di commissari tecnici della Nazionale, forse quello sarebbe il posto giusto per Lucianone, superesperto non solo di giocatori, ma anche di allenatori. Nel 2000 il suo vecchio nemico Zeman è finito al Napoli (un miliardo e mezzo di lire, premi a parte, per una stagione): secondo "la Repubblica", mediatore dell' accordo è stato «il giovane procuratore Alessandro Moggi, figlio di Luciano». Molta acqua è passata sotto i ponti, da quella lontana estate del 1998, quando Moggi e Zeman si scambiavano parole di fuoco sullo scandalo del doping.

Note

12 Capo dei cosiddetti "Drughi" (uno dei gruppi più scalmanati della tifoseria di curva), Acanfora è stato "interdetto" dal frequentare gli stadi da un provvedimento della Questura di Torino in seguito a gravi incidenti (con lancio di razzi) sugli spalti della curva juventina. Torna su
13 Il tenace Depetrini, oltre alla denuncia per il furto e per le presunte inadempienze contrattuali della Juventus, ha querelato il presidente bianconero, l'avvocato Vittorio Chiusano, che l'aveva paragonato a un ladro. Chiusano, a sua volta, si è riservato azioni legali a nome della Juventus per le accuse rivolte da Depetrini alla società bianconera. Torna su
14 Nell'ottobre 1998 Depetrini, in seguito alla denuncia di Chiusano, verrà rinviato a giudizio per appropriazione indebita. Le denunce e controdenunce fra l'imprenditore e la Juventus hanno originato un intrico giudiziario che non è ancora approdato a una sentenza definitiva. Torna su