Estratto dal libro:
Lucky Luciano
Lo chiamavano Paletta
Nato
a Monticiano, in provincia di Siena, il 10 luglio 1937 da una famiglia di
ceto modesto, fin da bambino Luciano Moggi è un vero patito di calcio.
Il pallino del pallone glielo trasmette Graziano Galletti, un panettiere di
Grosseto, il quale la domenica si porta appresso Lucianino in giro per gli
stadi della Toscana a vedere le partite1.
Il ragazzino, è fatale, tenta anche la carriera di calciatore, ma il
talento non c'è, i risultati sono scarsi. Deboluccio col pallone tra
i piedi, Lucianino non è migliore sui banchi di scuola: anche per ragioni
di bilancio familiare, dopo il diploma di terza media abbandona gli studi
e comincia a lavorare. Trova un posto alle Ferrovie dello Stato, e poco tempo
dopo viene trasferito a Civitavecchia.
Alla stazione di Civitavecchia, Moggi fa l'impiegato. Ma spesso lo mandano
fra i binari a controllare le traversine. Una carriera non proprio travolgente:
arriverà fino al grado di capogestione, una specie di vicecapostazione
addetto alla biglietteria. Una volta - raccontano - gli capita di rimpiazzare
il titolare e fa partire il treno, così si guadagna il soprannome di
"Paletta". Ma più che di treni, lui è appassionato
di calcio. Nel tempo libero continua a giocare da stopper in varie squadrette
di quarta serie. E intanto medita come coniugare le due vocazioni della sua
vita: quella di manovratore e quella di pallonaro. È la metà
degli anni Sessanta quando il capo-gestione della stazione ferroviaria di
Civitavecchia, tra pacchi da smistare e biglietti da vendere, intuisce che
il calcio sta per diventare un grande business.
La svolta arriva alle soglie dei trent' anni. Moggi li compie nel luglio 1967,
ma li festeggia con qualche settimana di anticipo insieme agli amici di Monticiano,
quando la Juve conquista, a sorpresa, il tredicesimo scudetto ai danni dell'
Inter di Helenio Herrera.
È stanco di cercare ingaggi in serie D (l' attuale C- 2, allora strutturata
in modo molto diverso da oggi), e di girovagare fra la Toscana e il Lazio
(con una parentesi perfino in Sicilia, ad Agrigento, nella gloriosa società
dell' Akragas). Sobbarcarsi lunghi viaggi in treno per giocare in quarta serie,
in cambio di poche migliaia di lire, non gli va più. Anche l'impiego
alle Ferrovie dello Stato comincia ad andargli stretto: è un lavoro
noioso e malpagato. Molto meglio il mondo del calcio, dove lo chiamano Lucianone
per la giovialità guascona e spregiudicata. E dove, soprattutto, cominciano
a ronzare i talent scout, gli scopritori di giovani campioni, intenditori
del gioco più bello del mondo capaci di scovare quelli che diventeranno
i futuri big in cambio di discrete provvigioni. Un lavoro oscuro, fatto di
chiacchiere, di diplomazia e scaltrezza. Tutti requisiti che il trentenne
Moggi possiede in abbondanza. Lui è un estroverso, un gran chiacchierone,
parla di tutto, soprattutto di donne, di motori e ovviamente di calcio. Ma
è un furbacchione, e conosce a meraviglia l'arte di ascoltare: «In
mezzo a tante stronzate che si sentono, ci può sempre essere un'idea»
è una delle sue frasi celebri.
Moggi è ignorante, ma non è sprovveduto. Parla un italiano scombiccherato
e dialettale, ma ha la furbizia del contadino "scarpe grosse e cervello
fino". E capisce subito che la pubblicità è l'anima del
commercio, che esiste soltanto chi sa farsi vedere. E lui sa farsi notare
come pochi. Soprattutto negli stadi minori, al fianco di quelli di quelli
che vengono chiamati “mediatori": personaggi utili ma imbarazzanti,
i quali si muovono in un mondo dorato e ipocrita che fa finta di non conoscerli,
che se ne avvale fingendo che non ci siano. Sono perlopiù personaggi
toscani, come Franco Marranini, come Romeo Anconetani (futuro presidente del
Pisa); ma anche romani (il numero uno è Walter Crociani), napoletani,
friulani, milanesi.
A Monticiano, Moggi è noto come un tifoso della Juventus. Alla stazione
di Civitavecchia, altrettanto. La passione è forte, il desiderio di
fare parte di quel mondo anche. L'occasione gliela offre il torneo di Viareggio,
la rassegna giovanile più celebre del calcio italiano. Moggi viaggia
molto, lavora anche di notte, visiona ragazzi e raccoglie dati, compilando
dei veri e propri dossier. I giovani calciatori che gli interessano li scheda
uno a uno, raccogliendo notizie dettagliatissime, anche sulla situazione familiare.
Stabilisce con loro rapporti diretti e personali, si candida a fargli da manager
ma anche da vicepadre, da fratello maggiore, e spesso ci riesce.
Così, chiacchierando e schedando, sgomitando e agganciando, segnalando
e raccomandando, Moggi nel 1968 entra a far parte della corte del supermanager
Italo Allodi, colui che in quegli anni ha costruito dal niente il leggendario
Mantova (approdato dalla serie D alla A con una scalata senza precedenti)
e che ha fatto grande l'lnter di Angelo Moratti e Helenio Herrera. Esaurito
il ciclo nerazzurro, nel 1970 Allodi è stato chiamato alla Juventus
da Giampiero Boniperti, il campione dei cinque scudetti appena nominato dagli
Agnelli amministratore delegato della squadra di Famiglia, in attesa di diventarne
il presidente. E alla Juve, Allodi si avvale di un gruppo di collaboratori-informatori
fra i quali c'è anche Lucianone.
Sono decine i giocatori che "Paletta" pedina, scruta, scheda e infine
porta all'attenzione di Allodi. Fra questi c'è Paolo Rossi, il futuro
supercannoniere del Vicenza, del Perugia e della Juventus, il centravanti
azzurro del mondiale di Spagna '82: Moggi lo ha notato nella Cattolica Virtus,
una piccola squadra fiorentina. Rossi viene "provato" dalla Juve
e trattenuto: Lucianone ha fatto il colpaccio - il primo di una lunga serie.
Si ripeterà poi con Claudio Gentile, un altro Signor Nessuno che diventerà
terzino destro nella mitica Juve di Giovanni Trapattoni e promosso subito
in maglia azzurra fino al mondiale di Spagna 1982 (quando non farà
toccare palla a Zico e a Maradona). E a Gentile molti altri seguiranno.
Con la potentissima Juve alle spalle, Moggi diventa ben presto un osservatore
di peso. Tant' è vero che Allodi gli affida un incarico molto delicato:
sistemare in tutta Italia i giovani calciatori sfornati dal vivaio juventino
che non possono avere un futuro in prima squadra. E qui Lucianone mette in
mostra un'altra delle sue doti: la sfrontatezza da tappetaro, la capacità
di vendere come diamanti anche i pezzi di vetro. Tra i giovani bianconeri
da sbolognare altrove c'è un terzino, tale Cheula; Moggi lo spaccia
nell' ambiente come il "nuovo Spinosi" (il difensore che la Juve
ha strappato alla Roma, insieme con Fabio Capello e Spartaco Landini, nell'estate
1969, e trascinato in Nazionale), e alla fine riesce a sistemarlo, dietro
congruo compenso. Ovviamente di Cheula non si avranno mai più notizie,
ma la missione è compiuta.
La scalata di Lucianone è travolgente e ruspante. Compra a rate un'utilitaria,
sposa una donna minuta e tollerante 2,
e medita il primo grande passo: lasciare le Ferrovie. «Salto il fosso»,
annuncia agli amici. E gli amici si moltiplicano, perché l'uomo ha
un fascino giusto per il mondo del calcio, del quale non conosce bene né
i regolamenti né la storia ma ne sa fiutare abilmente umori e retro
scena. Appena è in età per la pensione baby, Moggi si libera
di berretto e paletta, e si butta anima e corpo nella nuova attività
pallonara.
Anzitutto organizza una ragnatela di fedeli galoppini guidati da un suo amico
- un certo Nello Barbanera (direttore sportivo di piccoli club, tra cui il
Civitavecchia) - che battono i campetti di periferia e gli oratori della grande
provincia italiana per scovare talenti e promesse in ogni angolo. «Un
gruppo di amici, gente con cui scambio pareri e informazioni», minimizza
Lucianone. Dei calciatori sotto osservazione l'ex ferroviere vuole sapere
tutto: non solo le doti tecniche e le caratteristiche agonistiche, ma anche
il grado di istruzione e perfino la vita privata. Attraverso la sua rete,
ne tiene sotto controllo centinaia, seguendoli passo passo; poi, al momento
giusto, li segnala a questo o quel club titolato. La capitale operativa di
Moggiopoli è la Maremma, dove l'ex panettiere Graziano Galletti - uomo
simpatico e generoso, ma soprattutto grande intenditore di calcio - la fa
da padrone. Moggi lo spedisce anche "in missione" (secondo il lessico
ferroviario) in giro per l'Italia, e ne ricava indicazioni preziose.
È proprio Galletti, per esempio, che insiste su Gaetano Scirea, uno
dei giovani emergenti dell'inizio degli anni Settanta. Scirea gioca nelle
giovanili dell' Atalanta allenata da Ilario Castagner: fa il centrocampista,
ma c'è chi scommette sul suo futuro da difensore. Moggi invece è
perplesso, lo giudica così come molti tecnici autorevoli - troppo poco
dotato nel gioco aereo per un ruolo così delicato. Ma Galletti non
ha dubbi, per lui il giovane Scirea è un potenziale asso della difesa.
Moggi si lascia convincere, e a quel punto si sobbarca il compito più
delicato: convincere anche Boniperti, che è alla ricerca di un erede
adeguato del pluridecorato libero bianconero Sandro Salvadore. Per Lucianone
è un gioco da ragazzi, e alla fine sono tutti d'accordo: Scirea passa
alla Juve come libero, e sarà uno dei migliori campioni del nostro
calcio, di sicuro il difensore più corretto e propositivo, un vero
fenomeno, un altro campione del mondo. Anche Moggi comincia a passare per
un fenomeno, specialmente quando - dopo Scirea - porta alla Juve Franco Causio,
l'ala destra tutta dribbling e fantasia scovata in una squadretta pugliese
e poi spedita a "farsi le ossa" - come si diceva allora - sui campi
caldi del Sud 3.
Nel giro di poche stagioni in casa Juventus esplode il conflitto tra Boniperti
e Allodi: due leader, due primedonne, e una convivenza che da difficile diventa
impossibile. Alla fine prevale Boniperti, l'uomo degli Agnelli. Allodi, dopo
il fallito assalto juventino alla coppa dei Campioni (finale perduta a Belgrado
contro l'Ajax, nel 1973), se ne va. Il suo protetto Moggi, invece, resta,
e viene promosso sul campo "primo osservatore" della società
bianconera 4.
Lucianone è già un piccolo boss alla guida di un'ormai consolidata
rete di osservatori-collaboratori, i quali operano dietro le quinte in cambio
di piccoli favori e di qualche sporadico guadagno. La Juve è un magnifico
ombrello sotto il quale Moggi può operare in proprio, allargando il
suo raggio d'azione ben oltre la squadra bianconera: allaccia contatti con
altre squadre, facilita trattative, decide carriere, dispensa suggerimenti,
fa il bello e il cattivo tempo.
A un certo punto anche l'ombrello-Juve comincia ad andargli stretto. Della
società bianconera Lucianone è un collaboratore esterno, un
semplice consulente, e adesso vuole di più, pretende una carica ufficiale
di dirigente. Ma alla Juve gli spazi sono chiusi, come a casa Savoia "si
comanda uno alla volta", e Boniperti è un inguaribile accentratore.
A Roma, invece, c'è qualcuno che ha bisogno di un manager che capisca
di calcio: quel qualcuno è il nuovo padrone della Roma, Gaetano Anzalone.
Amico del democristiano Giulio Andreotti e del fido Franco Evangelisti, Anzalone
è un palazzinaro assolutamente digiuno di pallone.
La manovra di avvicinamento di Moggi alla Roma è tipica del personaggio:
si trasferisce in pianta stabile nella Capitale, e tampina per settimane il
caporedattore del "Messaggero" Gianni Melidoni per farsi presentare
ad Anzalone. Il giornalista, preso per sfinimento, finalmente combina l'incontro.
Il palazzinaro romano e l'ex ferroviere senese si piacciono al primo sguardo,
così Lucianone diventa il consulente ufficiale per il mercato del presidente
giallorosso.
Un anno dopo lo sbarco a Roma, nel 1976, Moggi dà subito una lezione
alla Juve. Aiutato dal suo amico Riccardo Sogliano (ex centrocampista del
Milan), mette a segno il suo primo grande colpo di mercato: riesce a portare
alla Roma l'attaccante più ambìto del momento, il centravanti
del Genoa Roberto Pruzzo. La Juve e le altre pretendenti sono beffate, Boniperti
si sente tradito, Anzalone gongola, e Moggi comincia a sentirsi un piccolo
padreterno.
Pruzzo non basterà a trasformare la Roma in una grande squadra, ma
quello è il segnale che qualcosa sta cambiando nel calcio italiano:
la Juve non è più la padrona assoluta del mercato, come è
accaduto dall'avvento di Boniperti (e Allodi) al vertice della società.
Nuovi equilibri stanno per delinearsi, la bilancia calcistica tra il Nord
e il Centro-Sud si riequilibra. La Roma passerà dalla gestione di Anzalone
a quella di Dino Viola (altro imprenditore di stretta osservanza andreottiana)
e arriverà allo scudetto. La Fiorentina, appena acquistata dai fratelli
Pontello, ingaggerà Italo Allodi ed entrerà nell'Olimpo delle
grandi. Un mutamento epocale del quale l'ex impiegato delle Ferrovie «con
tendenze a trafficare» 5
sarà fra i protagonisti assoluti.
Metti una sera a cena
Roma per Moggi è una tappa fondamentale. A parte il fatto che diventa
"commendatore", Lucianone nella Capitale costruisce una fitta rete
di amicizie molto influenti. Allaccia rapporti con parlamentari (soprattutto
democristiani di fede andreottiana), magistrati, diplomatici, ufficiali dell'
esercito, medici, dirigenti Rai, gente dello spettacolo e ovviamente dello
sport. Conosce i tecnici che curano il rigoglioso vivaio giallorosso (e sono
quelli che gli segnalano i giovani migliori, come Carlo Ancelotti, futuro
"nazionale"). Ma soprattutto, conosce giornalisti, tanti giornalisti,
ai quali a Natale non fa mai mancare un gentile pensiero: una volta un pacco
con un prosciutto e mezza forma di Parmigiano, un'altra volta bottiglie di
champagne, un'altra ancora casse di vino doc; e poi, fuori stagione, orologi,
capi di cachemire, biglietti per viaggi aerei 6...
Perché Lucianone ha capito bene l'importanza dei giornalisti nel mondo
del calcio, e dunque la necessità di arruffianarsene il maggior numero
possibile.
Nella Capitale, l'ex ferroviere di Civitavecchia affina anche le sue già
spiccate doti di uomo di mondo, e finisce per assumere.
Quando Anzalone, nel 1979, cede la Roma al cavalier Dino Viola, la situazione
per Lucianone si fa precaria. Il nuovo presidente romani sta è l'anti-Boniperti,
ma è molto simile al suo rivale juventino: non tollera altri galli
nel pollaio. Oltretutto, Moggi non gli va per niente a genio, troppo ruspante
per il suo stile da gran signore: si racconta che Viola, anziché la
mano, gli porgesse addirittura il gomito (oppure solo tre dita), per marcare
meglio le distanze... Però l'ex ferroviere è vendicativo ma
non permaloso, e al gomito del presidente giallorosso contrappone metaforicamente
l'italico "gesto dell'ombrello": perché Lucianone ha capito
«che nel calcio, tra il proprietario della squadra, ricco ma spesso
fesso, e il giocatore, vigoroso ma rozzo, c'è spazio per una nuova
figura. Quella del direttore sportivo: uno che di pallone capisce più
del presidente, e di conti più del calciatore» 7.
In realtà, l'allergia epidermica di Viola per quel personaggio unticcio
e invadente è solo metà del problema; l'altra metà è
il fatto che il "consigliere" Moggi costa troppo. Il presidente
giallorosso si sfoga con parenti e amici raccontando le pretese di grandeur
di Lucianone e le sue mirabolanti note spese a base di costosissime bottiglie
di champagne e soggiorni in principesche suite d'albergo. Per non parlare
dei "sovrapprezzi", cioè delle lievitazioni improvvise dei
costi dei giocatori trattati dall'ex ferroviere: Viola - che non è
tirchio, ma oculato sì - li chiama «la tassa Moggi». Per
cui nel dicembre 1979 decide di liquidare Lucianone perché, dice, «non
me lo posso più permettere». Un benservito che ha un antefatto
decisamente sgradevole, la goccia che potrebbe aver fatto traboccare il vaso.
Nel tardo pomeriggio di domenica 25 novembre '79, subito dopo la partita
Roma-Ascoli (vinta dai giallorossi), il presidente Viola si reca negli spogliatoi
per salutare il presidente ascolano Costantino Rozzi. Quest'ultimo è
infuriato con l'arbitro della partita, Claudio Pieri, e prende Viola a male
parole: «La partita l'abbiamo vista tutti! Non mi faccia dire cose che
non posso dire! Credo che ci sia qualcosa da chiarire!». Il presidente
giallorosso cade dalle nuvole, allora Rozzi gli dice: «Si faccia spiegare
la faccenda dal suo consigliere Moggi!... Sappia che l'Ascoli avanzerà
una protesta ufficiale nelle sedi opportune!». Viola cerca subito Moggi,
«e i due hanno parlottato un pò fra di loro lontano da orecchi
indiscretI» 8. Così salta fuori che sabato
sera, alla vigilia della partita, Lucianone è stato sorpreso in un
ristorante romano in compagnia dell'arbitro Pieri e dei due guardalinee. Lo
scandalo è inevitabile.
La reazione di Lucianone è un capolavoro di reticenza e ambiguità:
«Non so chi abbia riferito al signor Rozzi del fatto che, sabato scorso,
mi sono trovato a incontrare l'arbitro Pieri in un ristorante 9.
Viste le gravi insinuazioni e le minacce che si è permesso di rivolgere
sia a me che alla Roma, devo pensare che il suo informatore abbia voluto malignamente
fargli perdere la testa». Anche la versione dei fatti raccontata da
Lucianone è in piena sintonia col personaggio: «Alla vigilia
della partita mi sono recato nel ristorante di cui sono abituale cliente...
Ho incontrato per caso l'arbitro che stava già cenando con i guardalinee
e alcuni suoi amici romani. È stato lo stesso Pieri, con un atto di
cortesia, a salutarmi, a rivolgermi la parola, a invitarmi a bere insieme...
Terminato il pasto, l'arbitro, i guardalinee e i loro conoscenti hanno lasciato
il ristorante. intorno alle ore 23; io sono rimasto ancora per una mezz'oretta.
Tutto qui, solo una questione di buona educazione» 10.
E poi un bel finale, moggiano anche quello: «Le conclusioni del signor
Rozzi sono offensive soprattutto nei riguardi dell' arbitro Pieri. Voglio
sperare che il presidente dell' Ascoli si renda conto d'aver preso una cantonata
e sappia scusarsi. Altrimenti, nell'interesse mio e della Roma, dovrò
portarlo in Tribunale» 11.
Il testimone-infonnatore della cena Moggi-Pieri è l'avvocato Luigi
Girardi, legale dell' Ascoli calcio. Il quale racconta i fatti in modo ben
diverso dalla versione fornita da Lucianone. «Sabato sera, verso le
ore 23,45 12,
insieme al consigliere dell'Ascoli Sabatini, al geometra Lattanzi e a un amico
romano, sono entrato nel ristorante in questione», riferisce il legale
ascolano. «Abbiamo dovuto aspettare un pò per trovare posto,
poi ci hanno fatto accomodare in una saletta in fondo [cioè in una
sa/erta appartata, ndr]. Essendo io illegale dell' Ascoli, mentre ci stavamo
sedendo mi hanno detto: dietro al vostro tavolo c'è un dirigente della
Roma, Luciano Moggi, vostro avversario di domani - è seduto con l'arbitro
Pieri. A quel punto mi sono girato e ho visto Moggi e Pieri con altri due
o tre individui». Verso l'1:15 nel ristorante è arrivato il segretario
dell' Ascoli, Leo Armillei, che ha raggiunto il tavolo di Girardi. «Quando
Armillei ha guardato verso il tavolo di Moggi e Pieri, tutti loro si sono
alzati precipitosamente e sono usciti in gran fretta dal ristorante. Dopo
qualche minuto, Moggi è rientrato da solo, ci ha raggiunto e ha salutato
Armillei chiedendogli chi fossero quelle persone sedute al tavolo con lui,
cioè noi, e Armillei ha risposto che eravamo suoi amici 13.
Poi Moggi se n'è andato. Di fronte a questa situazione che mi è
apparsa anomala, ho invitato il segretario della società a riferire
al presidente Rozzi». L'avvocato Girardi precisa ancora: «Durante
la cena, durata almeno un'ora e mezza, cioè fino a quando non è
entrato nel ristorante Armillei che essi conoscevano, al tavolo di Pieri e
Moggi c'è stata sempre viva cordialità 14.
Quando l'arbitro e gli altri, che Armillei ha riconosciuto nei guardalinee,
se ne sono andati in tutta fretta e Moggi è rientrato per salutare,
anche noi ci siamo alzati per andarcene. Era, ripeto, l' 1:15 circa. E poiché
nel frattempo anche fra di noi si era aperta una discussione in merito al
da farsi di fronte a un fatto così, il proprietario del locale ci si
è avvicinato dicendo si dispiaciuto di averci fatto accomodare proprio
in quella saletta. Questi sono i fatti come sono realmente accaduti».
Del resto è difficile credere a un Moggi che cena solitario, di sabato
sera, nella saletta riservata di un ristorante. Tanto quanto è difficile
credere a una tema arbitrale che, nella stessa sera e alla stessa ora, capita
per caso nello stesso ristorante e nella stessa saletta appartata... Infatti
la testimonianza dell'avvocato Luigi Girardi - che sbugiarda Lucianone perfino
in fatto di orari - viene pubblicata dal "Messaggero" il 28 novembre,
e Moggi si guarda bene dal contestarla. Memore dei trascorsi ferroviari, Paletta
ha un debole per i fischietti, e aspira al ruolo di manovratore.
Note
1 Ancora oggi, Moggi e Galletti
sono inseparabili. Galletti ha seguito Lucianone anche a Torino, e se
ne sta dietro le quinte della Juventus. Torna su
2 Molti anni dopo, ormai miliardario,
Moggi ricorderà con ispirato lirismo quegli anni eroici: «Rivedo
la mia "Seicento", che dovetti rivendere per comprare i mobili
di casa quando mi sposai... Rivedo la miseria di quegli anni lontani...».
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3 Anche Causio diventerà campione
del mondo con la Nazionale in Spagna, nel 1982, insieme a Rossi, Gentile e
Scirea. Torna su
4 Anni dopo Moggi dirà del
suo mèntore: «Allodi mi portò alla Juve, mi fece vivere
con la squadra, mi insegnò tutti i segreti di questo lavoro».
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5 Roberto Perrone, “Corriere
della Sera” 1° luglio 1991 Torna su
6 Non si conosce un solo giornalista
che abbia sentito il bisogno di restituire il peloso "omaggio".
Se ne conoscono invece molti che hanno firmato decine di articoli molto
indulgenti verso il generoso donatore... movenze tipicamente andreottiane.
Come i portaborse dello storico leader democristiano (da Sbardella a Evangelisti),
diventa un vero fuoriclasse delle pubbliche relazioni intese come clientelismo:
rozzo, colorito, disponibile, spiritoso, alla mano. E come Andreotti sa lavorare
nell' ombra, trafficare dietro le quinte, muoversi sotto le foglie alla maniera
dei serpenti. Una doppiezza che diventerà la caratteristica di fondo
e la struttura portante del suo crescente potere nel mondo del calcio. Lucianone
impara a non perdere mai la calma, a farsi concavo davanti alle situazioni
convesse, convesso davanti a quelle concave. Sa che è bene essere amici
di tutti e di nessuno, che è il denaro a muovere il mondo, che le regole
in Italia sono fatte di eccezioni, che il fine giustifica i mezzi, che la
spregiudicatezza è un prerequisito del successo, che l' "immagine"
pubblica può coprire qualunque vizio privato. E impara - ma questo
forse già lo sapeva - che il calcio che avvince milioni di italiani
e muove crescenti masse di denaro è quanto di più effimero esista
in natura: basta un refolo di vento, l'errore millimetrico di un calciatore,
una svista arbitrale, una qualunque minima "casualità", e
molte prospettive mutano, molte fortune nascono e muoiono per un niente...
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7 Cfr. G. Perna, cit. Torna
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8 Bruno Ferretti, "Il Messaggero",
26 novembre 1979. Torna su
9 Lucianone finge di non sapere chi
sia «il testimone» dell'incontro scabroso: invece -come si vedrà-
lo conosce benissimo. Torna su
10 Quella che Moggi chiama "questione
di buona educazione" è in realtà una grave scorrettezza
che fa a pugni con le più elementari norme di deontologia sportiva.
Anche se forse Lucianone pensa che la deontologia sia una malattia tropicale.Torna
su
11 Significativo il commento di Viola
alla minaccia giudizi aria di Lucianone contro Rozzi: «La Roma la difendo
io che sono il presidente, la sua persona Moggi la difende lui ma con la mia
autorizzazione». Poco tempo dopo - e senza nessuna autorizzazione presidenziale
- Lucianone e Rozzi diventeranno grandi amici. Torna
su
12 Si noti come Lucianone Moggi abbia
invece indicato un orario completamente diverso. Torna su
13 È evidente che Lucianone
conosce bene Armillei, mentre non conosce gli altri commensali. E questo spiega
la precipitosa fuga dal ristorante all'arrivo del segretario ascolano. Torna
su
14 Dunque la cena fra Moggi e la
tema arbitrale non è affatto finita alle ore 23, come ha affermato
Lucianone, ma si è protratta fino a dopo l'una di notte, ed è
stata interrotta in tutta fretta per l'arrivo nel ristorante del segretario
ascolano. Torna su
Lucianone ultrà
Dovunque passi, Moggi lascia il segno, inconfondibile e indelebile. Ne sa
qualcosa l’ imprenditore informatico Paolo Depetrini (figlio di quel
Baldo Depetrini che fu un campione della Juventus negli anni 1933-1949).
Nel maggio 1994 la società bianconera, appena affidata alla triade
Giraudo-Moggi-Bettega, appalta a Depetrini la gestione delle biglietterie
dello stadio Delle Alpi. Firmato il contratto, l'imprenditore fonda una società
- la Stadio Service - per la bisogna. Da allora, e per due anni, incappa in
una serie di peripezie e "stranezze" da parte della Juventus, che
diventeranno oggetto di due inchieste della magistratura torinese in seguito
alle denunce dell'imprenditore.
Quasi subito, Depetrini si accorge che la Juventus gestisce i biglietti delle
partite con molta disinvoltura. Quelli timbrati "Ancol", a prezzo
ridottissimo, vengono distribuiti ai club degli ultrà scavalcando la
Stadio Service (che dovrebbe invece esserne l'unico distributore) e venduti
agli ultrà a sole 10 mila lire - gli ultrà, poi, li rivendono
col bagarinaggio agli ignari tifosi a prezzo intero, cioè a 26-30 mila
lire (a seconda dell'importanza della gara), con un guadagno di decine di
milioni a partita (ovviamente esentasse). Un sistema semplice e ingegnoso
per finanziare i club ultrà più facinorosi senza dare nell'
occhio e senza sporcarsi direttamente le mani.
Vale la pena di ricordare che, durante la presidenza Boniperti, la Juve aveva
messo alla porta tutti i club non costituiti con atto notarile, negando loro
i biglietti, per troncare ogni rapporto con le frange più scalmanate
e incontrollabili della tifoseria. Le quali, per tutta risposta, avevano inscenato
continue contestazioni e scioperi del tifo. Le contestazioni erano poi proseguite
per qualche settimana anche dopo l'avvento della triade Giraudo-Moggi-Bettega,
ma per ben altri motivi. I tifosi bianconeri protestavano per l'arrivo ai
vertici della Juve di due personaggi dai trascorsi "granata": Moggi,
già direttore sportivo del Torino, e Giraudo, notoriamente tifoso del
Toro e già consulente di Borsano. Ma queste proteste erano durate poco,
e si erano trasformate come per incanto in cori di giubilo. Stando al racconto
di Depetrini, ben si comprende perché.
L'imprenditore chiede spiegazioni al dirigente Paolo Prandi, responsabile
del Centro coordinamento club juventini (che ha sede presso la Stadio Service):
perché i biglietti Ancol vengono venduti al di fuori della distribuzione
ufficiale? La risposta è che «la società deve prediligere
questi gruppi organizzati e finanziarli». Prandi gli parla di «un
personaggio in carcere, addirittura condannato all'ergastolo, che dava ordini
a un certo A. A. 12 sulla gestione
della Curva Sud dello stadio in occasione delle partite della Juventus»;
di «gente di Milano, che minacciava i tifosi della curva Nord per vendere
loro i biglietti "omaggio" ricevuti dalla società»;
e infine di imprecisate «minacce e intimidazioni ricevute dai vertici
juventini».
Scrive Depetrini nella sua denuncia all'autorità giudiziaria: «Che
ci fosse una connivenza tra la società e alcuni personaggi dei gruppi
organizzati mi fu ben chiaro, sempre alla fine di novembre 1994, allorché
in due occasioni lo staff dirigenziale della Juventus composto da Giraudo,
Bettega, Moggi e Prandi incontrò presso la mia sede [Stadio Service,
ndr] alcuni rappresentanti di questi gruppi, tra i quali A. ... e altri di
cui non ricordo i nomi. Ovviamente, nonostante fossi il titolare della biglietteria
ufficiale Juventus e quindi il distributore dei biglietti, non fui invitato
a tali riunioni, ma venni a conoscenza del tenore delle richieste fatte alla
Juventus e di quali fossero le politiche societarie dallo stesso Prandi e
dalle enfatizzazioni dell' A.: la nuova dirigenza Juventus aveva bisogno di
questi sostenitori per impedire contestazioni dei tifosi che richiedevano
una restaurazione della vecchia dirigenza e non gradivano i signori Giraudo
e Moggi per i loro trascorsi granata... Fu ben chiaro ai capi tifosi e ai
gruppi chi effettivamente comandasse e disponesse del "potere dei biglietti",
come catechizzava il Prandi stesso. La società quindi non aveva scelta:
doveva finanziare questi gruppi».
Depetrini - citando come testimone un'altra vecchia gloria juventina, Bruno
Garzena - racconta di aver confidato le sue perplessità anche a Giraudo,
ricevendone la seguente risposta: «Alla base della loro [dei capi ultrà,
ndr] cultura c'è la violenza, e quindi la società non può
intervenire... E comunque questi fatti sono normale prassi di ogni società
di calcio». Inoltre, scrive Depetrini, «Giraudo mi disse che a
livello personale correva il rischio, tra l'altro, che questi personaggi gli
potessero creare dei danni alle cose proprie, come l'automobile e la casa».
I tifosi, in pratica, avrebbero ricattato la dirigenza juventina, costringendola
a scendere a patti.
«Dopo gli incidenti avvenuti in occasione di Juventus-Fiorentina e alla
condanna di diversi tifosi», prosegue Depetrini, «la Juventus
si adoperò oltre misura affinché gli stessi fossero "graziati",
a seguito di varie pressioni dello stesso A., quale latore dello scontento
dei vari capi per questa situazione. In questa occasione, per alcune domeniche
di gare casalinghe, la cosiddetta tifoseria organizzò uno sciopero
del tifo e produsse diversi striscioni contro le sanzioni applicate ai sostenitori
condannati. In un' occasione assistetti alle rimostranze di A. e D. [un altro
capo ultrà, ndr] nei confronti della società... A questo punto
era sempre più chiaro che comunque la Juventus provvedeva - con i biglietti
Ancol e i biglietti "omaggio" - a finanziare tali gruppi, per potersene
assicurare il controllo e le prestazioni».
Per le società calcistiche, i rapporti con le frange più facinorose
del tifo organizzato sono imbarazzanti e inconfessabili. Tanto più
all'inizio del 1995, quando allo stadio genovese di Marassi rimane ucciso
un tifoso del Genoa aggredito da una banda di ultrà milanisti e il
Parlamento approva la legge Maroni: un giro di vite contro gli hooligan all'italiana
e le società che li foraggiano. Da allora, sostiene Depetrini, anche
la Juve ha preso precauzioni per non lasciare impronte digitali: «Prandi
non consegnò più direttamente i biglietti Ancol o altri biglietti
di curva, ma li acquistava direttamente lui, passandoli poi ai gruppi».
Una prassi di dubbia liceità, viste le severe prescrizioni della nuova
legge: pacchi di biglietti sarebbero finiti addirittura a tifosi diffidati
dalla Polizia dal frequentare lo stadio. «Un mio dipendente»,
scrive Depetrini, «doveva, per precise disposizioni del Prandi, rendere
disponibili i biglietti ordinati, compilando comunque delle distinte intestate
alla Juventus, sulle quali venivano indicati la serie e i numeri consegnati,
e i nomi dei club o gruppi destinatari. Alcune di tali distinte, nelle quali
compare come acquirente dei biglietti un fantomatico "Juventus Club Prandi"
[club inesistente, ndr], sono state sottratte nel furto avvenuto nei miei
uffici nel 1996 e da me denunciato. Per fortuna, ne avevo conservato le fotocopie».
Depetrini comincia a rendersi conto che «la mia struttura, grazie alle
prepotenze e alle prevaricazioni nei miei confronti di tutta la dirigenza
Juventus, era solamente uno strumento di copertura per meglio "giostrare"
con i biglietti a favore di chi più conveniva a Prandi e alla Juventus
stessa». L'imprenditore bussa continuamente alla porta della direzione
juventina reclamando il rispetto del contratto. Per tutta risposta, il 2 dicembre
del 1994 si è visto imporre «l'esborso di lire 107.100.000 per
"integrazione avviamento"», oltre all'assunzione forzata di
tre ex dipendenti della Juventus con stipendi da favola (condizione prevista
dal contratto capestro). Imposizioni che vanno ad aggiungersi ai continui
oneri contrattuali per centinaia di milioni a carico di Depetrini, e che hanno
indotto l'imprenditore a denunciare la società juventina per estorsione.
Nel febbraio del 1995 la Juventus diretta da Moggi comincia una lunga manfrina
con il Comune di Torino, lamentando che la permanenza allo stadio Delle Alpi
(costruito dalla società romana Acqua Marcia per conto del Comune in
occasione dei mondiali di Italia '90) è troppo onerosa. Per forzare
la mano all'amministrazione municipale e spuntare condizioni di maggior favore
- a spese del contribuente - la Juventus decide di giocare le ultime partite
della Coppa Uefa a Milano, allo stadio Meazza di San Siro. E se i tifosi torinesi,
costretti a traslocare e ad accollarsi le spese del viaggio, non gradiscono,
protestino pure con il Comune, additato come il solo colpevole di tutto.
La prima partita, il 4 aprile, è Juve-Borussia, 2 a 2. Della stampa
e della distribuzione dei biglietti dovrebbe occuparsi come da contratto Depetrini,
che infatti se ne accolla le spese organizzative; ma poi scopre che la Juventus,
«senza neppure avvisarmi o consultarmi, ha affidato 35.500 biglietti
al Milan». La scena si ripete il 17 maggio, per la finale Juventus-Parma,
disputata anche quella a Milano: «Una quota di lire 600 milioni di biglietti
fu affidata al Milan», che poi gentilmente gli girò la fattura
delle spese di stampa, a costo doppio rispetto a quello pagato normalmente
da Depetrini. La duplice operazione è un ulteriore danno economico
per la sua attività, ma quando va a protestare in casa Juve l'imprenditore
si sente rispondere che «il mio guadagno era più che sufficiente».
La società bianconera provvede anche a modificare il contratto, formalmente
in favore di Depetrini: stabilendo che le spese dei biglietti e dei cassieri
saranno a carico della Juventus. In realtà «tutto continuò
a essere addebitato a Stadio Service». E intanto - sempre in barba al
contratto, e sempre a detta dell'imprenditore - la Juventus continua a gestire
in proprio i biglietti dati alle squadre ospiti a Torino, e quelli che riceve
dai club ospitanti nelle trasferte.
Siamo ormai nella primavera inoltrata del 1995, e i rapporti fra Depetrini
e la Juventus si fanno ancora più incandescenti: «Prandi si lamentava
con i miei dipendenti del fatto che, per preciso incarico della Juventus,
doveva continuare a finanziare i gruppi organizzati, ma la società
non gli assegnava alcun apporto finanziario e quindi lui si vedeva costretto
a ricorrere a "finanziamenti in proprio". Il che significava molto
spesso vendere anche i biglietti omaggio e molto spesso anche quelli di riserva».
Biglietti omaggio venduti sottobanco: un déjà vu che accomuna
il Toro di Lucianone ieri e la Juve di Lucianone oggi... Depetrini avrebbe
le prove documentali: in particolare, «le lettere di protesta di alcune
persone che avevano acquistato dal vicepresidente del Centro coordinamento
dei club biglietti omaggio a 35 mila lire ciascuno».
Dalla denuncia di Depetrini emerge la nuova concezione che la nuova dirigenza
juventina avrebbe del mondo del calcio come pura fonte di denaro: «Il
signor Romy Gai, responsabile del Marketing [della Juve], mi informò
che erano cambiate le strategie nel mondo del calcio, e che alla Juventus
non interessava nulla del tifoso "tradizionale", del nucleo familiare
che va allo stadio. Le nuove strategie prevedono: uno stadio con dei tifosi
"finti" (come negli spettacoli televisivi, dove gli spettatori applaudono
o ridono quando si accende la lucina), e i biglietti a questi tifosi vengono
distribuiti attraverso gli "sponsor ufficiali" ai quali vengono
imposti per contratto pacchi di biglietti. 1 tifosi tradizionali devono essere
avviati alla "pay per view" [la Tv a pagamento, ndr], in quanto
alla Juventus i diritti che ne derivano rendono molto di più».
Una strategia che, in pratica, «annullava l'esistenza di una biglietteria
efficace e capillare», anche in seguito a «vari contratti di sponsorizzazione
che la Juventus andava stipulando con diverse società, poi direttamente
interessate alla biglietteria, come la Gemini Viaggi e la Polti, che portavano
alla società degli enormi ritorni finanziari» .
Nel maggio 1996, la goccia che fa traboccare il vaso. La Juventus è
in finale di Coppa dei campioni con l'Ajax: si giocherà all'Olimpico
di Roma. Il 26 aprile, un comunicato ufficiale della società annuncia:
«I biglietti disponibili verranno distribuiti esclusivamente con la
collaborazione del Centro coordinamento club e pertanto non verranno messi
in vendita per motivi di ordine pubblico... Il viaggio a Roma dei tifosi verrà
organizzato dalla Juventus per tramite dei suoi partner». La tifoseria
bianconera si ribella, con lettere e telefonate inferocite alla sede juventina
e ai giornali. Chi vuole vedere la partita allo stadio di Roma dovrà
passare attraverso i club e versare il suo obolo all'agenzia di viaggi della
Juventus (la Gemini Viaggi, gruppo Fiat): non si può raggiungere la
capitale con mezzi propri, occorre versare l'obolo completo (per viaggio e
biglietto) alla Real Casa. Ancora una volta, in barba al contratto, la società
Stadio Service è estromessa dalla distribuzione dei biglietti.
Quanti biglietti la Juventus abbia ricevuto dall'Uefa, Depetrini non l'ha
mai saputo. Ufficialmente la società - per scusarsi di non poterne
vendere "al dettaglio" e per giustificare la scelta di averli esauriti
tutti con le richieste dei club - sostiene di averne avuti soltanto 19 mila.
Secondo Depetrini, invece, ne aveva tra i 23 e i 35 mila. Alle vane proteste
dell'imprenditore, la Juventus risponde che la nuova soluzione è stata
dettata dalla necessità di «non alimentare il bagarinaggio»,
mentre «proprio questo stava facendo la Juventus». Come? «La
Juventus consegnò al capo degli ultrà Acanfora, già diffidato
dalla Polizia di Stato, senza alcun titolo di preferenza e di ufficialità,
biglietti per 180 milioni di lire per la finale di Roma. L'importo è
equivalente alla consegna di circa 1.200-1.400 biglietti, che furono poi rivenduti
per il triplo: pressappoco 540 milioni [con un guadagno netto di circa 360,
ndr]. Ho inoltre assistito alla consegna da Prandi ad Acanfora di un cospicuo
numero di biglietti "omaggio" - circa 500 - inviati dalla sede della
Juventus».
Intanto scoppia l'ira dei tifosi juventini rimasti senza biglietto: «La
mia sede», ricorda ancora l'imprenditore, «era subissata di insulti
e di minacce, tutti quelli che telefonavano si sentivano "truffati"
dalla Juventus per la mancata distribuzione dei biglietti». Anche quell'operazione
è di dubbia regolarità, se è vero che, come rivela Depetrini,
«la Juventus si accorse che il Centro coordinamento club non aveva titolo
per raccogliere il ricavato della distribuzione dei biglietti e la signora
Gastaldo [responsabile amministrativa della Juve, ndr] mi telefonò
chiedendomi di poter far transitare sul conto della Stadio Service le somme
raccolte». Depetrini esprime un altro dubbio: se la Juventus gestiva
in proprio i diritti sui biglietti delle partite in trasferta, sebbene il
contratto li assegnasse a Stadio Service, quegli introiti erano registrati
sui bilanci della società? E, se lo erano, sotto quale voce?
Nell'estate 1996 Depetrini mette in fila i crediti che vanta nei confronti
della Juventus e chiede che gli vengano saldati, tanto più che la nuova
campagna abbonamenti - nonostante la vittoria juventina in Coppa campioni
- ha fruttato la vendita di solo 28 mila tessere, contro le 36 mila dell'anno
precedente. Non ricevendo alcuna risposta, in settembre l'imprenditore trattiene
per sé come "acconto" sui suoi crediti l'incasso di una delle
prime partite casalinghe del nuovo campionato, Juve-Fiorentina. A fine settembre
Giraudo si decide a incontrare Depetrini per discutere l'intera faccenda,
ma l'impasse non si sblocca. E in un successivo incontro con Chiusano, Giraudo,
Bettega e avvocati vari, Depetrini viene minacciato di denuncia per appropriazione
indebita. Parlando con Giraudo e Chiusano, l'imprenditore rivela gli episodi
più sconcertanti cui ha assistito nell'ultimo biennio: non solo i continui
favori indebiti agli ultrà, con la vendita di biglietti omaggio e Ancol,
ma anche un particolare che riguarda la gestione allegra di Luciano Moggi,
e precisamente: «Le richieste di biglietti da parte di noti bagarini
napoletani che, recandosi da Prandi, potevano acquistare, grazie alle raccomandazioni
del Moggi, lire 15 milioni di biglietti di curva per le partite di cartello,
che ai tifosi normali venivano negati perché ufficialmente "esauriti
da tempo"».
Sempre nell'autunno 1996, Depetrini si vede consegnare da Prandi una busta
con 4 milioni - una specie di "buonuscita" mascherata da percentuale
(in nero) degli incassi per le magre prevendite di Juve-Rapid Vienna di Coppa
campioni (28 milioni). Depetrini chiede spiegazioni alla segretaria amministrativa
della Juve, e registra la telefonata: la donna dice, ammiccando, che quella
è una specie di «maggiorazione prezzo... arrotondamento per valuta...
io in contabilità non ce li ho». Frasi che autorizzano qualsiasi
dubbio: «Se su 28 milioni», si domanda Depetrini nell' esposto-denuncia,
«me ne spettano 4 e chiaramente senza pagare una lira di tasse, quanti
soldi mi dovevano essere riconosciuti in rapporto a tutte le altre partite
della Juventus? Se per una vendita di 28 milioni Prandi ne riusciva a recuperare
quattro, in che modo venivano venduti i biglietti e chi materialmente effettuava
le maggiorazioni? Da chi e come hanno recuperato questi soldi? Se a ogni partita
si effettuavano tali maggiorazioni, qual è il danno che è stato
arrecato alla mia struttura? Tali maggiorazioni a che cosa servivano: a un
indebito tornaconto personale? Oppure a una creazione di fondi per gruppi
organizzati?». Domande alle quali dovrà dare una risposta la
magistratura.
Si arriva così all'ultima puntata dell'intrigo. L'8 novembre 1996 la
Juventus comunica a Depetrini la revoca del contratto. Nel corso di una riunione
al vertice con Chiusano, Bettega, Giraudo e Moggi, Depetrini quantifica i
danni fin lì subiti in un miliardo e 600 milioni; la Juventus, a sua
volta, reclama i 600 milioni per le ultime percentuali sui biglietti non più
pagate; la discussione si arroventa e poi si arena. Nelle stesse ore, la sede
della Stadio Service viene visitata da strani "ladri" che sottraggono
del materiale piuttosto prezioso e compromettente: «Documenti relativi
ai biglietti di diverse gare e intestati al fantomatico "J.C. Prandi"»
, nonché «i dati dal mio sistema centrale meccanizzato e affidato
in assistenza alla General Soft Srl». La GeneraI Soft, con sede in piazza
Crimea, a due passi dalla sede della Juventus, con la quale intrattiene da
tempo rapporti d'affari, è un'azienda che si occupa di software gestionali
e che ha elaborato il programma (acquistato da Depetrini) per biglietti e
abbonamenti allo stadio Delle Alpi: tiene il controllo dei settori, delle
file, dei posti numerati, dei biglietti omaggio e scontati, dei dati anagrafici
dei tesserati, eccetera. Un programma indispensabile a chiunque gestisca la
biglietteria dello stadio; senza quei dati, una volta liquidato Depetrini,
la Juventus non potrà stampare le etichette da applicare sui biglietti
da mettere in vendita per le future partite, a cominciare da quelle contro
l'Inter e il Milan...
La necessità e urgenza della Juventus di entrare in possesso di quel
programma traspare da una telefonata a Depetrini - anch' essa registrata -
del legale rappresentante di General Soft, tale Martini, il giorno prima della
revoca del contratto (7 novembre 1996): «Abbiamo bisogno di etichette,
io cosa gli dico a 'sti qua, che faccio? Stamattina mi ha chiamato sul cellulare
la Gastaldo... Non possiamo rovinarci il rapporto con la Juve»; ma Depetrini,
visto che il software-abbonamenti è di sua proprietà, non s'intenerisce
e fa sapere che non intende cederlo a nessuno. È in questo quadro,
nella parte più delicata della sua denuncia, che si inserisce il furto
dei dati dai suoi computer: «I miei dipendenti mi hanno confermato che
nel. l'ambiente della Juventus, molte persone sono a conoscenza che la General
Soft, su precise disposizioni della Juventus, ha volontariamente copiato tutti
i dati inseriti nel mio sistema e glieli ha messi a disposizione».
Nel marzo 1997 il pubblico ministero presso la Pretura Carlo Monferrini e
il Gip Giorgio Martincich sequestrano i computer "visitati" e dispongono
un incidente probatorio che sembra confermare i sospetti di Depetrini. Sulla
perizia si legge infatti: «Risulta che gli archivi informatici e i dati
esistenti sui supporti magnetici sequestrati presso la GeneraI Soft e presso
la biglietteria [della Juventus presso lo stadio Delle Alpi, ndr] sono provenienti
da quelli esistenti sul calcolatore della Stadio Service con le varianti conseguenti
a un loro successivo utilizzo». Intanto, il 3 dicembre 1996 la
Juventus presenta istanza di fallimento a carico di Depetrini; ma l'istanza
viene respinta dal Tribunale fallimentare di Torino, in attesa che un arbitrato
stabilisca quanto l'imprenditore sia debitore verso la società bianconera,
e viceversa 13.
Il 28 maggio 1998 le denunce di Depetrini finiscono sul quotidiano "la
Repubblica". Suscita scalpore soprattutto un episodio narrato dall'imprenditore
e destinato a rinfocolare l'annosa contesa, tutta di casa Fiat, fra "umbertiani"
e "romitiani": «La connivenza della società con tali
gruppi [di tifosi ultrà, ndr] era talmente radicata che, per la partita
casalinga del 15 gennaio 1995, Juventus-Roma, il dottor Giraudo personalmente
venne presso la nostra sede la mattina della partita, parlò con Prandi
e A. per far comporre uno striscione di circa 10 metri con il seguente slogan:
"Romiti, i bei tempi son finiti". Assistetti alla confezione dello
striscione (perché mi fu chiesto se avessi delle bombolette di vernice
spray), che avvenne nel retro del distributore Ip di fianco alla mia sede,
e reputo che non sia assolutamente stata una burla, tant'è vero che
ne riferirono le cronache dei giornali, informati di questo dai dirigenti
della Juventus. Lo striscione - che fu confezionato da Acanfora con l'aiuto
di alcuni "fedelissimi" che conoscevo personalmente - fu introdotto
allo stadio [Delle Alpi] utilizzando l'auto di servizio della società
e poi a un certo punto della partita srotolato nella curva».
Romiti, quel 28 maggio, incontra i giornalisti come presidente della
Fiat. E commenta: «Me lo ricordo benissimo, quello striscione contro
di me. Era Juve-Roma [15 gennaio 1995, ndr], io non andai allo stadio, ma
lo vidi sui giornali. Mi meravigliò molto. La fotografia sui giornali
ce l'ho ancora presente. I commenti li lascio a voi». Sulle pagine di
"Repubblica" Maurizio Crosetti ricostruisce così tutta la
manovra: «Impossibile dimenticare il gennaio 1995, quando Romiti disse:
"In questi anni la Juventus è stata come una amante, un rapporto
più passionale, ma ora torno alla Roma [di cui l'ex presidente della
Fiat è tifoso fin da ragazzo, ndr], che è come la moglie".
E, a proposito dei nuovi (allora) dirigenti bianconeri, fra i quali il tifoso
granata Giraudo: "Bisogna amare il prodotto che si realizza. Non si possono
fare automobili come se fossero dentifrici". La risposta arrivò
in curva. E siccome la scrittapoteva sfuggire a qualche giornalista distratto,
ci pensò il dirigente bianconero Romy Gai a segnalarla ai cronisti
della tribuna stampa, passando di banco in banco». Dunque il racconto
dell'imprenditore qui trova conferma.
La reazione di casa Juve alle rivelazioni di Depetrini è piccata. Mentre
Giraudo tace, l'avvocato-presidente Chiusano liquida tutto come «parole
che valgono quel che valgono, visto che questo personaggio ha rubato 600 milioni
alla Juventus: cioè l'incasso della partita contro la Fiorentina. Mi
spiace perché ricordo suo padre, e mi fa rabbrividire l'idea di quel
che ha fatto suo figlio. Lo abbiamo denunciato per appropriazione indebita,
e ci riserviamo di querelarlo» 14.
Chiusano replica anche alle altre accuse di Depetrini: «Vecchie insinuazioni
per screditarci. Per !'indagine sui rapporti tra la nostra società
e i club del tifo, il pubblico ministero.ha già chiesto l'archiviazione.
Le perizie tecniche hanno dimostrato che non c'è nulla di illegale
nella copia dei dischetti per etichettare i tagliandi: fu la stessa società
di Depetrini a produme copia per la Juve... Mi arrabbierei se sapessi che
Giraudo perde il suo tempo a scrivere striscioni, lo riprenderei perché
lui deve fare altro. La storia dei rapporti con i bagarini napoletani amici
di Moggi è un pettegolezzo come le cene con i capi della tifoseria».
Depetrini replica: «Sono io che querelerò l'avvocato Chiusano
una seconda volta, visto che continua a darmi del ladro. La Juve mi deve un
miliardo e 600 milioni di diritti non riconosciuti, ha tentato di rovinarmi
ma non c'è riuscita. Hanno paura di andare in tribunale, perché
lì racconterei tutto. Ho le prove dei rapporti illeciti tra la Juventus
e gli ultrà e le ho fornite ai magistrati».
Il silenzio più assordante, in tutta questa storiaccia, è quello
del direttore generale della Juve. Strano, perché Lucianone è
un vero esperto, collaudato da anni di attivismo sul campo, in fatto di biglietti
omaggio, soldi "in nero", intrighi nell' ombra, ambigui rapporti
con i più impresentabili capi delle fazioni ultrà. Fazioni che
entrano sapientemente in gioco ogni qualvolta, per certi dirigenti, se ne
presenti la necessità. Infatti si rivedranno all'opera nei giorni caldi
dello scandalo doping, con un truce assalto alla tribuna stampa dello stadio
Delle Alpi; anche in quella occasione, Moggi fingerà di non avere visto
né sentito nulla: «Stavo guardando la partita...».
Tutto in famiglia
L'inchiesta torinese sul doping ne genera un'altra, più nascosta ma
altrettanto clamorosa: quella sugli arbitri e sui meccanismi di designazione.
Forte è il sospetto che le procedure dei sorteggi che assegnavano un
determinato arbitro a una determinata gara potessero essere aggirate o manipolate.
All'inizio di febbraio 1999 viene interrogato Mario Auriemma, presidente del
Civitavecchia con alle spalle una lunga esperienza ai vertici dei club pallonari:
secondo alcune voci, col magistrato avrebbe parlato anche di Moggi. Auriemma
si sottrae alle specifiche domande dei cronisti, però conferma che
di Lucianone a Guariniello «ne avevano già parlato altri. Per
esempio il povero De Sisti, uno che finché Moggi sarà in circolazione
non troverà una panchina nemmeno in serie C».
Le voci attorno al nome di Moggi si intensificano nella prima metà
di marzo, quando al Palazzo di giustizia di Torino arriva il presidente giallorosso
Franco Sensi. Per tre ore parla con Guariniello di meccanismi di potere, arbitri
e dirigenti, facendo spesso il nome del presidente federale Nizzola e quello
di Moggi (con il quale Sensi ha rapporti tesi fin dai tempi del passaggio
dell'ex ferroviere alla Juventus).
Il 25 marzo Guariniello dispone il sequestro del "computer degli arbitri"
per verificare come venivano designati i direttori di gara nel contestatissimo
campionato 1997-98 (il designatore era Fabio Baldas, al momento ospite fisso
nel barsport- Tv di Aldo Biscardi). Il magistrato ritiene che i criteri di
scelta fossero tutt' altro che trasparenti, anzi facilmente "pilotabili"
dall'interno e dall'esterno. Uno speciale programma avrebbe dovuto assicurare
il massimo automatismo nella scelta dei direttori di gara, abbinando i più
bravi e più "adatti" alle varie partite, classificate secondo
il grado di difficoltà. Invece si sospetta che il designatore potesse
aggirare il software quando le decisioni del "cervellone" non erano
gradite, come confermerebbero le spiegazioni tecniche degli ingegneri ai quali
il magistrato ha affidato una perizia.
Ai primi di ottobre dal pubblico ministero torinese si reca anche il presidente
della Lazio, Sergio Cragnotti: "la Repubblica" scrive che «L'
indagine sul calcio truccato riguarda una presunta "cupola" di potere
formata da alleanze trasversali fra dirigenti di alcuni grandi club, procuratori
e arbitri: ne hanno parlato diversi esponenti di società minori, più
due "pentiti" rimasti finora top-secret».
Mentre l'inchiesta-arbitri procede, Lucianone si esibisce nel suo miglior
repertorio: quello della vittima. Denuncia un fantomatico "complotto"
contro la sua Juve, e ospite dell'amico Biscardi si scaglia perfino contro
la "prova televisiva" (introdotta nella giustizia sportiva per sanzionare
le infrazioni più macroscopiche sfuggite all'occhio dell'arbitro):
«Siamo contrari al modo in cui viene utilizzata. Purtroppo il tifo esiste
e il regista potrebbe anche esaminare un'azione invece di un'altra... La tv
è un mezzo che può venire manovrato dalla mano dell'uomo. Bisogna
studiare qualcosa affinché non diventi un problema per il calcio, anche
perché ci sono società che possono produrre le immagini autonomamente
e altre che non lo possono fare». Lucianone se ne intende: lui nelle
tv entra e esce senza problemi, come negli spogliatoi.
All'inizio di dicembre arriva a sentenza l'altra inchiesta giudiziaria sui
presunti favoritismi arbitrali del discusso campionato 1997-98, quella condotta
dal Tribunale di Firenze. Inchiesta avviata dopo Empoli-Juve del 19 aprile
1998, quando l'arbitro Pasquale Rodomonti non convalidò un gol "fantasma"
segnato dal difensore toscano Stefano Bianconi, consentendo la vittoria per
1-0 alla Juventus. Il Gip del capoluogo toscano.
Antonio Crivelli, dispone l'archiviazione dell'inchiesta, rilevando l'assenza
di dolo e di corruzione dei direttori di gara indagati, ma ipotizza che gli
arbitri siano affetti da «sudditanza psicologica» nei confronti
della Juve moggiana: nel suo decreto, il giudice scrive che «la sospetta
coincidenza di errori arbitrali in più partite e a opera di più
direttori di gara a favore della Juventus può lasciar trasparire una
sorta di sudditanza psicologica». Lo scafato Lucianone incassa, e una
volta tanto si cuce la bocca: «No comment».
Il 12 dicembre 1999, allo stadio Delle Alpi, si gioca il derby d'Italia, la
classica e spesso avvelenatissima Juventus-Inter. E ancora una volta sembra
materializzarsi lo spettro della "sudditanza psicologica". Il direttore
di gara, Daniele Tombolini, èprotagonista di due marchiani errori:
all'8° minuto il portiere bianconero Van der Sar abbatte fuori area il
nerazzurro Zamorano lanciato a rete; un fallo da espulsione, perché
l'intervento preclude al giocatore interista una chiarissima occasione da
gol; ma l'arbitro si limita a estrarre il cartellino giallo. Il secondo abbaglio
si verifica al 60°, sull' 1-0 per la Juve: il portiere juventino esce
fuori area e respinge il pallone con il corpo: Tombolini prima valuta corretto
l'intervento; poi, cedendo alle insistenti proteste dei nerazzurri, si consulta
con il guardalinee e combina un papocchio: punisce il fallo di mani (che non
c'è) con un nuovo cartellino giallo, ed espelle il portiere bianconero
per somma di ammonizioni. L'effetto dei due errori parrebbe così compensarsi,
ma in realtà è l'Inter a essere danneggiata: l'espulsione del
portiere avversario nei primi minuti di gioco le avrebbe permesso di giocare
l'intera partita in superiorità numerica.
Questa stessa partita finisce sul tavolo di Guariniello per una strana omissione
nel referto arbitrale. Tombolini avrebbe "dimenticato" di segnalare
un importante episodio, poi rivelato da molti testimoni, che riguarda direttamente
Moggi: per l' espulsione del portiere bianconero, il direttore generale della
Juve si è precipitato nello spogliatoio della tema arbitrale e ha affrontato
a muso duro Tombolini e i suoi assistenti di gara; l'arbitro ha messo alla
porta Lucianone, ma poi ha evitato di denunciare la scenata nel referto per
il giudice sportivo. "Salvando" così l'ex ferroviere, dirigente
non autorizzato a frequentare gli spogliatoi arbitrali, dalle inevitabili
conseguenze disciplinari. L'episodio viene commentato in maniera sorprendente
dal presidente juventino Chiusano: «Sì, Moggi si è recato
dall'arbitro a fine partita, com'è sua consuetudine: insieme ai saluti,
ha espresso le sue opinioni. Ma non era un intruso, era un dirigente. Escludo
che in Juve-Inter ci siano elementi di interesse penale».
Che la polemica sia destinata a proseguire, lo dimostra poco dopo il presidente
romani sta Franco Sensi, protestando per le discutibili decisioni arbitrali
che favoriscono sempre due squadre: la Juve moggiana, e il suo alleato Milan
diretto dal grande amico di Moggi, il berlusconiano Adriano Galliani. Il dirigente
rossonero dichiara subito che «il presidente della Roma ci ha diffamato»,
e annuncia una querela. Lucianone preferisce il sarcasmo: propone che per
la prossima sfida Juventus-Roma «noi mettiamo il campo, il pallone e
l'acqua per le docce, loro portino pure arbitro e guardalinee: ci va bene
comunque».
La tecnica moggiana in materia di arbitri è elementare e collaudatissima.
Quando le decisioni arbitrali sono favorevoli alla Juventus (cioè quasi
sempre), Lucianone si mostra sprezzante verso chi se ne lamenta o solleva
sospetti. Le rarissime volte in cui un errore arbitrale penalizza la Juve
(cioè quasi mai), apriti cielo: Moggi insorge, strepita, minaccia,
protesta, invoca la gogna per i fischietti "stonati". Come accade
nel tormentatissimo sprint-scudetto con la Lazio.
Domenica 3 dicembre 2000, durante Inter-Juventus a San Siro, il difensore
bianconero Paolo Montero rifila un pugno alla mascella del centrocampista
nerazzurro Di Biagio. L'arbitro Braschi non se ne accorge, ma in seguito il
giudice sportivo Maurizio Laudi, basandosi sulla prova televisiva, infligge
tre giornate di squalifica al difensore uruguaiano della Juve. Lucianone insorge
furibondo: «Contestiamo tutto, incluso lo strumento che è stato
utilizzato: la prova tv. In proposito ci siamo affidati ai nostri avvocati:
sono loro che valuteranno e decideranno! Mi devono dire dove sia l'eccezionale
gravità del fallo di Montero, considerato tra l'altro che Di Biagio
ha potuto tranquillamente concludere la partita». Alla fine, Ludanone
quasi urla: «È ora di finirla con questa storia! Adesso chiederemo
di rivedere tutte le moviole di ogni squadra, per valutare cosa realmente
accade in campo. Perché ho la sensazione che succedano anche episodi
peggiori dei quali nessuno si interessa». Arroganza, sfacciataggine,
vittimismo, sfrontatezza: lo stile- Moggi.
All'inizio del 2001 si gioca Juve-Fiorentina: una punizione trasformata in
gol dal gigliato Chiesa chiude la gara sul 3-3. Lucianone protesta: «Mi
meraviglio del poco risalto dato dalla stampa nazionale ai fatti di questa
partita. A parti invertite, avrebbero scaricato chissà quali invettive
sulla Juventus... Per molto meno all'Olimpico, durante il match contro la
Roma, noi dirigenti juventini che eravamo in tribuna ci siamo sentiti dare
del "ladro" perché l'arbitro, con una decisione peraltro
dimostratasi poi giusta alla moviola, non aveva sanzionato con il rigore un
intervento su Totti. Va detto ciò che è giusto, e scusate se
per una volta ho lasciato da parte lo stile Juventus». Poi passa alle
minacce: «Dirigenti della squadra avversaria hanno parlato di vento
contrario; allora noi dovremmo parlare di ciclone nei nostri confronti. Ma
questa tendenza deve finire!». Il 14 gennaio la Juve è impegnata
in casa contro il Bologna.
Nuove proteste di Moggi contro l'arbitro: «Sull'operato degli arbitri
ci siamo già espressi. Dico soltanto che tutti hanno gli occhi per
giudicare ciò che sta succedendo». Poi però l'ex ferroviere
cambia tattica e passa direttamente dalla mezza minaccia alla mezza promessa.
Così ai primi di febbraio 2001, dalla solita tribuna Tv del "processo"
biscardiano, lancia la sorprendente proposta di multare gli arbitri fuori
linea: «Mi sembrerebbe logico, visto che i giocatori e gli altri dipendenti
della società vengono multati quando sbagliano... Probabilmente ci
sarebbe più attenzione e ci sarebbero meno sviste clamorose: le cose
successe in Roma-Lecce, Roma-Bari o Atalanta-Juventus non dovrebbero accadere
anche se l'arbitro deve decidere in pochi secondi». Per la cronaca,
in Atalanta-Juve, finita 2-1, l'arbitro romano De Santis ha convalidato il
gol del pareggio bergamasco, segnato in sospetto fuorigioco.
Dalle continue lamentazioni anti-arbitri, Lucianone passa a un interminabile
duello verbale con l'allenatore giallorosso Fabio Capello, che a fine febbraio
2001 costa a entrambi un deferimento alla Commissione disciplinare della Lega
calcio.Provvedimento che - spiega una nota della Federcalcio - è stato
preso «per avere alimentando dannose polemiche e sospetti sulla regolarità
del campionato, mantenuto condotte non conformi ai principi della lealtà,
della probità e della rettitudine nonché della correttezza morale
in ogni rapporto di natura agonistica e sociale. Esternazioni che, rese pubbliche
da organi di stampa, sono idonee, direttamente o indirettamente, a costituire
incitamento a forme di violenza». Ma è un fuocherello di paglia:
a metà aprile la Commissione proscioglie Moggi e Capello dalle accuse
mosse dal Procuratore federale, con tanti saluti al tentativo di costringere
Lucianone a toni più civili. Logico quindi che, a metà luglio,
l'ex ferroviere si senta autorizzato a tornare sull'argomento con le solite
allusioni: «Negli ultimi due anni abbiamo perso lo scudetto per fattori
che nulla hanno a che fare con il calcio. Alcuni sono superati, altri ancora
no».
Lo scandaloso arbitraggio di Ceccarini che il 26 aprile 1998 ha consegnato
lo scudetto 1997-98 alla Juve moggiana ha scavato un solco profondo tra l'Inter
di Moratti e la Federcalcio presieduta da Nizzola, l'amicone di Lucianone.
E i nodi vengono al pettine nella primavera del 2000, quando è in scadenza
la massima carica del calcio italiano. Il "Corriere della Sera"
del 13 marzo dà conto delle pressioni nerazzurre sotto il titolo: «L'Inter
attacca Nizzola: deve andarsene. Dopo Moratti, interviene Oriali: "Arbitri
allo sbando, Federcalcio inesistente. Tutto è contro di noi"».
Nell'articolo si afferma: «Moratti, che non crede più nell'istituzione,
è pronto allo scontro. Vuole la testa di Nizzola, il presidente fantasma
che ha delegato tutti i poteri della Federcalcio alla Lega di Milano e che
trascorre il sabato sera in un ristorante di Torino giocando a carte con il
direttore generale juventino Luciano Moggi».
Ma Luciano II non sembra avere alcuna intenzione di farsi da parte, forte
della inossidabile amicizia di Luciano I e degli amici dell'amico. CosÌ,
a maggio, annuncia di essere pronto a ricandidarsi per la prestigio sa poltrona.
Il "Corriere della Sera" scrive che «Nizzola perde la pazienza
e alza la voce, guarda caso, solo quando gli chiedono di Luciano Moggi: burattinaio
o semplice dirigente sportivo?». Risposta di Nizzola: «La domanda
mi dà l'occasione per ribadire che non accetterò più
insinuazioni di basso profilo. Moggi è mio amico dai tempi del Torino,
nel quale abbiamo lavorato insieme per cinque anni. Ma sa benissimo che con
me di calcio non può e non deve parlare. Se qualcuno oserà ancora
insinuare che chissà cosa succede quando io e lui ci incontriamo, ne
risponderà a tutti i livelli. Moggi non mi ha mai chiesto nulla, e
io nulla sarei disposto a concedergli. Sia chiaro, ora e sempre».
Il settembre del 2001 segna un momento top per la carriera di Lucianone. Dopo
molti annunci, sulla scia delle due squadre romane la Juve conferma ufficialmente
la propria imminente quotazione in Borsa con il collocamento del 35 per
cento del capitale sociale. L'outing bianconero viene accompagnato dall'annuncio
di un progetto faraonico: la costruzione di due "Juvelandia", due
cittadelle paragonabili a "Disneyworld" che dovrebbero sorgere la
prima attorno allo stadio Delle Alpi, la seconda ai confini tra Vinovo e Nichelino,
su un' area di cinquecentomila metri quadrati - una megastruttura ricreativo-commerciale
immersa nel verde ma dove il marketing saràtutto bianconero. Nella
occasione, l'amministratore delegato Giraudo annuncia un'altra decisione strategica:
l'aumento da tre a sette del numero dei componenti del Consiglio di amministrazione
societario presieduto dall'avvocato Chiusano, e dunque l'ingresso nel Gotha
juventino di Lucianone Moggi. Il quale per una volta sembra davvero commosso
e cade in ginocchio: «Accolgo con piacere e orgoglio il riconoscimento
conferitomi dalla società. Ringrazio la famiglia Agnelli, l'Avvocato
e il dottor Umberto, per la stima e l'affetto che mi hanno dimostrato in questi
anni. A loro mi lega un rapporto di fiducia ma anche di amicizia». Giraudo
parla di lui come di una divinità: «A Moggi devo attribuire molti
meriti per i risultati che abbiamo ottenuto in questi sette anni di comune
lavoro. Sono molto felice che sia entrato a far parte del Consiglio d'amministrazione,
a conferma dello spirito di gruppo che ha contrassegnato il nostro impegno.
Oltre ai meriti, devo riconoscere a Moggi di avermi aiutato, e di aiutarmi
ancora, a scoprire ogni aspetto del mondo del calcio, che lui conosce da anni...
Gli auguro di continuare su questa strada per ottenere, insieme, i risultati
che fanno parte della storia della Juve». Sono lontani anni luce i tempi
dell'imbarazzato ostracismo verso l'ex ferroviere, i tempi in cui Agnelli
lo chiamava «lo Stalliere», e Boniperti lo usava come osservatore
esterno, tenendolo fuori dalla porta della sede sociale.
Onore al merito: finalmente Lucianone è stato ammesso nel salotto della
Real Casa. Ci sperava da tempo, e allo scopo aveva cominciato a vestire con
minore pacchianeria, a parlare più l'italiano che il dialetto, ad atteggiarsi
a più a manager che a ferroviere, a muoversi da miliardario anziché
da arricchito. Certo, ben più di questi espedienti "d'immagine",
per la consacrazione agnelliana ha contato il suo potere smisurato di vero
padrone assoluto del baraccone pallonaro. Nel calcio italiano di inizio Duemila
non si muove foglia che Moggi non voglia, e il suo è un potere tanto
pervasivo quanto inspiegabile. Qualcuno lo attribuisce alla formidabile spregiudicatezza
del personaggio, altri al fatto che sia il più bravo di tutti; alcuni
tirano in ballo vent' anni di inconfessabili segreti calcistici di cui sarebbe
depositario, altri gli attribuiscono un inarrivabile talento per le pubbliche
relazioni. Senza dimenticare l'effetto moltiplicatore della dinastia: Lucianone
si muove in tandem con il figlio Alessandro, che fa carriera come procuratore.
E che carriera.
Negli stessi giorni dell'ingresso di Lucianone nel Cda juventino, nasce a
Roma la Gea World, società che cura gli interessi di più di
duecento cinquanta tra giocatori e allenatori di serie A e B. Alla nuova società
sono interessati vari "figli d'arte": Andrea Cragnotti (figlio di
Sergio, patron della Lazio), Francesca Tanzi (figlia di Calisto, proprietario
del Parma), Chiara Geronzi (figlia di Cesare, presidente della Banca di Roma),
Davide Lippi (figlio dell'allenatore juventino Marcello), più l'immancabile
Alessandro Moggi, presidente della Gea World, affiancato dal vicepresidente
Riccardo Calleri (ex deputato berlusconiano e figlio di Gianmarco, ex azionista
di maggioranza di Lazio e Torino). Direttore generale della società:
Giuseppe De Mita (figlio dell'ex segretario della Dc Ciriaco).
La Gea World è un insulto alla trasparenza, alla decenza, al senso
della misura, è l'apoteosi di tutti i conflitti d'interesse possibili.
Ma il baraccone pallonaro è disposto a tutto, in fatto di miliardi.
Ogni tanto si leva qualche voce critica, nasce qualche polemica per il clamoroso
conflitto di interessi, specialmente quello della famiglia Moggi. Ma è
roba da ridere: Lucianone è intoccabile, può fare quello che
vuole.
Novembre 2002: durante la partita Modena-Juventus il giocatore Giuseppe Sculli
(di proprietà bianconera, ma in prestito al club emiliano) sbaglia
un gol già fatto, salvando la Juve. Capello dichiara: «Non credo
che Sculli abbia sbagliato apposta contro la Juve. Certo, che poi ci sia una
situazione anomala in un certo gruppo è sotto gli occhi di tutti: ci
sono molti calciatori e allenatori tutti della stessa scuderia». Il
pur cauto riferimento alla Gea di Alessandro Moggi è evidente. Lucianone
si sente chiamato in causa e replica: «Capello dice così solo
perché sta a -8 in classifica». Nel frattempo viene fatta circolare
la voce che il figlio dell' allenatore giallorosso avrebbe tentato anche lui
- senza riuscirci - di entrare come socio nella Gea World...
L'incredibile scandalo di Gea World rende bene l'idea del potere moggiano:
nessuno osa fiatare (al massimo, un qualche mugugno), e i pochi che ne parlano
lo fanno con molta cautela. E il caso del presidente dell' Assoprocuratori,
Oberto Petricca, che dichiara: «Ci vuole serenità nell'affrontare
l'argomento. C'è stato un cambiamento di rotta nella professione del
procuratore, con l'aggregazione di grandi gruppi, una situazione che non riguarda
solo la Gea... Il vecchio regolamento prevedeva un tetto di 40 giocatori assistibili,
nel rinnovarlo abbiamo proposto anche che non ci fossero più di 5 giocatori
assistibili per squadra, ma le nostre proposte non sono state accettate dalla
Figc».
Lo scandalo finisce in Parlamento: il deputato leghista Giovanni Didonè
rivolge un'interpellanza al ministro della Cultura (con delega allo Sport),
il berlusconiano Giuliano Urbani, denunciando il conflitto di interessi e
la possibilità che una simile società possa influenzare il campionato
di calcio. Lo stesso parlamentare si rivolge anche al ministro dell'Economia,
il berlusconiano Giulio Tremonti, perché valuti «l'opportunità
di attivare particolari controlli sulle società calcistiche ed emanare
norme fiscali per i bilanci delle medesime per evitare false plusvalenze e
prevenire quei dissesti finanziari... che travolgono oltre alle società
calcistiche anche le grandi imprese che le posseggono». Impensabile
in altri Paesi europei, la Gea World è "normale" in Italia,
anzi si appresta a diventare il fulcro delle principali iniziative di sfruttamento
del mercato, il vero motore del circo pallonaro. Del resto, alla guida del
governo italiano c'è il presidente-padrone del Milan (e di una quantità
di aziende), primo ministro in pieno "conflitto di interessi" con
il suo impero affaristico.
All'inizio di dicembre 2002 la Gea World organizza a Firenze la prima edizione
della manifestazione "Expogoal", una tre giorni con l'obiettivo
di «creare un' occasione di incontro fra club calcistici, aziende tradizionalmente
attive nel campo delle sponsorizzazioni e operatori del marketing»:
praticamente una fiera pallonara per valutare le strategie più opportune
per sfruttare al meglio le "sinergie" economiche offerte dal calcio.
La scelta dei tempi appare perfetta, perché proprio nei giorni della
manifestazione fiorentina la dirigenza della Federcalcio è chiamata
a deliberare sulla controversa liceità della Gea (un iter avviato nel
precedente marzo dal presidente Franco Carraro, il quale ha attivato un'apposita
commissione di indagine). Il 2 dicembre Antonio Matarrese, vicepresidente
vicario della Lega calcio, dichiara: «Quello della Gea è un problema
antipatico, non solo per il bene dei calciatori che rappresenta, ma anche
per chi c'è dietro». Ma subito il neopresidente della Lega, il
berlusconiano Adriano Galliani, gli replica: «Considero anomale le cose
che lo sono, nessuno ha stabilito che la Gea lo sia, il presidente federale
ha ordinato una indagine e ne aspettiamo l'esito». Settantadue ore dopo
le dichiarazioni di Galliani, sul tavolo del presidente federale approda l'esito
di quell'indagine: la Commissione afferma che «la Gea non ha commesso
alcuna infrazione al regolamento, pertanto ha lavorato nel pieno della
legittimità».
Nel dorato dicembre 2002 si comincia a mormorare che Lucianone sia destinato
a più elevati incarichi. Cooptato nel Consiglio d'amministrazione del
club più blasonato, al primo posto nella speciale classifica dei dirigenti
calcistici più pagati d'Italia (con un introito annuo dichiarato in
2.226.000 euro), l'ex ferroviere secondo i giornali sarebbe in procinto di
diventare presidente della Federcalcio (in precedenza guidata solo per interposta
persona).
Ma non basta. Più di una volta Moggi ha affermato che il vero problema
della Nazionale italiana di calcio è la cosiddetta solitudine del commissario
tecnico, costretto a subire la volontà dei club più importanti,
e al quale dovrebbe dunque essere affiancata una figura inedita per il calcio
azzurro, quella del coach-manager. L'idea di Lucianone super-Ct diventa pubblica
per bocca del suo amico Pierpaolo Marino, direttore generale dell'Udinese,
che propone appunto di affiancare all'allenatore azzurro una "superentità"
non più anonima, ma definita: Moggi.
In un Paese pieno di commissari tecnici della Nazionale, forse quello sarebbe
il posto giusto per Lucianone, superesperto non solo di giocatori, ma anche
di allenatori. Nel 2000 il suo vecchio nemico Zeman è finito al Napoli
(un miliardo e mezzo di lire, premi a parte, per una stagione): secondo "la
Repubblica", mediatore dell' accordo è stato «il giovane
procuratore Alessandro Moggi, figlio di Luciano». Molta acqua è
passata sotto i ponti, da quella lontana estate del 1998, quando Moggi e Zeman
si scambiavano parole di fuoco sullo scandalo del doping.
Note
12 Capo dei cosiddetti "Drughi" (uno dei
gruppi più scalmanati della tifoseria di curva), Acanfora è
stato "interdetto" dal frequentare gli stadi da un provvedimento
della Questura di Torino in seguito a gravi incidenti (con lancio di razzi)
sugli spalti della curva juventina. Torna su
13 Il tenace Depetrini, oltre alla denuncia per il
furto e per le presunte inadempienze contrattuali della Juventus, ha querelato
il presidente bianconero, l'avvocato Vittorio Chiusano, che l'aveva paragonato
a un ladro. Chiusano, a sua volta, si è riservato azioni legali a nome
della Juventus per le accuse rivolte da Depetrini alla società bianconera.
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14 Nell'ottobre 1998 Depetrini, in seguito alla denuncia
di Chiusano, verrà rinviato a giudizio per appropriazione indebita.
Le denunce e controdenunce fra l'imprenditore e la Juventus hanno originato
un intrico giudiziario che non è ancora approdato a una sentenza definitiva.
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