Chi deve dire grazie fra Giraudo e Sky
di Salvatore Napolitano
23/7/2004
L'accordo di cartello c'è: firmato Antonio Giraudo. L'amministratore
delegato della Juventus lo ha ammesso senza fare una piega durante la sua
audizione dell'11 maggio scorso alla Commissione parlamentare di indagine
conoscitiva sul calcio: «L'accordo a tre per la cessione dei diritti
televisivi, raggiunto da Juventus, Milan e Inter, può essere considerato
giusto o sbagliato: noi non potevamo fare altrimenti». Giraudo si riferiva
al fresco rinnovo del contratto con Sky, in scadenza il 30 giugno 2005. Cosa
significa «accordo a tre» se non l'esistenza di un cartello? Anche
perché le tre squadre valgono circa i due terzi della somma stanziata
da Sky per acquisire i diritti criptati del campionato. Peccato però
che gli accordi di cartello siano vietati dalla legislazione comunitaria che
tutela la concorrenza.
A tal proposito, è utile leggere le disposizioni del Dipartimento alle
Politiche comunitarie: «La politica di concorrenza interviene per impedire
accordi di cartello o abusi di potere economico». E specifica che sono
«vietate o incompatibili con il mercato comune le intese e le pratiche
tra imprese volte a ripartire i mercati», nonché «le operazioni
di concentrazione che creano o rafforzano una posizione dominante in virtù
della quale viene ostacolata la concorrenza effettiva». Ma, poiché
nella vita non bisogna mai farsi mancare niente, il 28 giugno Juventus, Milan
e Inter hanno firmato un accordo anche con Mediaset, relativo alla trasmissione
in digitale terrestre delle loro partite casalinghe del campionato, possibile
peraltro solo dal torneo 2005-2006. Un simile andazzo discriminatorio, introdotto
da una legge del 1999 del governo D'Alema, con cui la contrattazione dei diritti
televisivi criptati da collettiva è divenuta singola, è ormai
inviso non soltanto all'opinione pubblica.
Oggi la Commissione parlamentare di indagine conoscitiva sul calcio ha chiuso
ufficialmente i suoi lavori davanti al presidente della Camera, Pier Ferdinando
Casini, e ai massimi dirigenti del calcio italiano. E l'ha fatto con un messaggio
chiaro: diminuire gli squilibri nella ripartizione delle risorse. Dunque,
in primis, quelli relativi alla torta televisiva. Squilibri, si badi bene,
basati non su motivi economici, ma su una mera questione di potere calcistico
di Juve, Milan e Inter. Non sono fantasticherie da bar sport: lo ammise la
stessa società bianconera, all'atto del suo approdo in Borsa a fine
2001, spiegando nel Prospetto informativo che le condizioni vantaggiose del
contratto stipulato con Tele+ dipendevano «dalla sua appartenenza al
gruppo di società facenti capo alla famiglia dell'avvocato Gianni Agnelli».
Non solo: Tele+ era anche sponsor bianconero e oggi lo è Sky. Rapporti,
perciò, ben diversi rispetto a quelli canonici tra cliente e fornitore.
L'aspetto centrale del problema è semplice: ciascuna squadra può
vendere solo i diritti relativi alle proprie partite casalinghe. Quelli di
Milan-Lazio appartengono perciò ai rossoneri, quelli di Atalanta-Juventus
agli orobici. Ne consegue che, nello stadio televisivo virtuale, l'82% dell'incasso
dovrebbe andare alla squadra di casa e il restante 18% agli ospiti. Esattamente
come nello stadio vero. Ma non è così: ciascuno firma il suo
contratto indipendentemente dagli abbonamenti che saranno sottoscritti e restituisce
il 18%. Nella stagione 2002-2003 si oscillava dai 54 milioni della Juve ai
5 milioni e 600mila di Como, Empoli, Modena e Piacenza. Peggio è andata
alle più deboli l'anno passato con l'esperienza fallimentare di Gioco
Calcio. E il numero degli abbonati a ogni singola squadra? Ignoto: Sky ha
proseguito nell'usanza inaugurata da Tele+, vendendo il «campionato
più bello del mondo»: dunque, ci si abbona alla serie A e alla
serie B, e non a una squadra. Un modo evidente per impedire calcoli precisi
su quanto ciascuno prende da Sky e su quanto poi gli frutta.
C'è poi da sfatare un altro mito: quello che sia giusto inondare di
denaro le tre solite note sulla base dei 10 milioni di tifosi juventini, e
dei circa 6 di Inter e Milan. Cifre che, esposte sic et simpliciter, non sono
esplicative: per capire il valore economico effettivo di una squadra agli
occhi di una qualunque azienda, occorrerebbe sapere quanto i sostenitori sono
disposti a spendere per la propria squadra: 10 milioni di tifosi parsimoniosi
varranno meno di 3 milioni di tifosi spendaccioni. E' un aspetto trascurato
dalle indagini di mercato. Ce n'è una del 2001 della Nielsen-Cra che
indicava nei sostenitori della Roma quelli più legati: in generale
si può dire che, quanto più una squadra è radicata nel
suo territorio, tanto maggiore è la propensione alla spesa dei propri
tifosi. Considerazione finale: perché la Juventus non ha ancora un
canale tematico, diversamente da Inter, Milan e Roma? Questione di diversa
voglia di spendere dei propri sostenitori, appunto.
(Fonti: www.ilmanifesto.it e www.indiscreto.it)
