Le squadre a caccia di «cavilli»
Per rimanere in gara le squadre a rischio hanno ancora due possibilità. Fare ricorso contro la commissione, oppure ricapitalizzare di MARCO LIGUORI e SALVATORE NAPOLITANO
26 Marzo 2004
Ameno di nuovi colpi di scena, il decreto cosiddetto «spalma Irpef»
non vedrà mai la luce. Su come il provvedimento si stava profilando,
in molti hanno espresso il loro autorevole parere: dal punto di vista legale
è indifendibile, sia per la violazione dell'articolo 3 della Costituzione,
che sancisce l'uguaglianza di ciascuno di fronte alla legge, che delle norme
europee sulla regolamentazione degli aiuti di Stato. Ma anche dal punto di
vista economico la possibilità di rateizzare in cinque anni il debito
per l'Irpef sugli emolumenti dei calciatori non risolve un granché,
salvo mettere l'ennesima toppa a colori di un vestito sempre più sdrucito:
ma il Carnevale è ormai passato. Come è noto a tutti, spalmare
un debito equivale solamente a ripartirlo nel tempo, ma non cambia di un solo
centesimo l'aspetto economico: i costi restano tali e quali. Per Lazio, Parma
e Roma (in rigoroso ordine alfabetico) il rinvio sine die dello «spalma
Irpef» non è una bella notizia: una delle condizioni per ottenere
la cosiddetta licenza Uefa, che regola l'accesso alle competizioni europee
della prossima stagione, è quella di non avere debiti scaduti né
verso i dipendenti, né verso Erario ed Enti previdenziali, né
verso altre società per il trasferimento dei calciatori. In più,
occorre la certificazione dell'ultimo bilancio annuale. C'è però
ancora tempo.
Il termine ultimo per ottenere la licenza è infatti il 31 maggio, con
il terzo eventuale, ma definitivo, grado di giudizio, di competenza della
Camera di conciliazione ed arbitrato per lo sport. Il primo si concluderà
il 10 aprile con la decisione della Commissione delle licenze di primo grado,
che valuterà i documenti inviati entro il 31 marzo. Essa è formata
da tutti i membri della Covisoc, la commissione che vigila sui conti sulle
società calcistiche, più due aggiuntivi.
Immaginando che abbandoni il suo proverbiale lassismo nelle decisioni, per
le società ci sono due modi di risolvere il problema: uno cavilloso,
l'altro lineare. Il primo è relativo alla norma, così come è
stata architettata dall'Uefa: il debito non è considerato scaduto,
e quindi la licenza viene rilasciata, se è pagato, oppure se si raggiunge
una transazione con il creditore (e sarebbe stato questo il terreno di intervento
dello «spalma Irpef»), o, infine, se si ricorre al tribunale contro
il debito stesso. Dunque, basta ricorrere per farla franca, almeno dal punto
di vista temporale.
Il secondo è semplice nella sua difficoltà: basta ricapitalizzare.
In mancanza di altre soluzioni, l'immissione di mezzi finanziari freschi consentirà
a Lazio, Parma e Roma di superare l'esame Uefa. A ben vedere, non di sole
regole Uefa si tratta: la stessa sopravvivenza delle tre società è
legata alla possibilità di un aumento di capitale.
Il punto vero è dunque questo: se esse riusciranno a trovare azionisti
in grado nell'immediato di fornire i mezzi finanziari atti a superare i gravi
problemi, e, in seguito, di riportare i conti in equilibrio economico (a meno
che non arrivi un qualsiasi neo-Paperone che abbia la possibilità di
ripianare ogni anno le perdite) allora sopravvivranno. Altrimenti, il ricorso
al tribunale fallimentare sarà inevitabile.
Ricordare le cifre del dissesto è monotono ma utile: la Lazio ha chiuso
l'esercizio al 30 giugno 2003 con perdite pari a 121 milioni e 860mila euro,
la Roma a 115 milioni e 390mila euro, mentre il Parma, che aveva annunciato
perdite per 77 milioni, sta ancora rifacendo i suoi conti dopo il crac della
sua controllante Parmalat. E, al 30 dicembre 2003, ossia nel primo semestre
dell'esercizio in corso, la società biancoceleste ha già perso
altri 68 milioni e 100mila euro, tanto che il patrimonio netto è diventato
negativo per 22 milioni e 300mila euro, mentre quella giallorossa ha chiuso
in rosso di 47 milioni e 171mila euro.
Non essendo quotato in Borsa, il Parma non è tenuto alla redazione
della semestrale. Per tutti valga l'esempio della Fiorentina: nell'estate
2001, la società gigliata fu costretta a vendere due suoi gioielli,
Manuel Rui Costa e Francesco Toldo, per saldare il proprio debito verso l'Erario.
Ma era solo un palliativo. Serviva anche una ricapitalizzazione che non arrivò:
la Fiorentina fallì. Ma nel capoluogo toscano non ci sono state sollevazioni
popolari.
(Fonte: www.ilmanifesto.it)
