Quel brillante bilancio del Milan rovinato da Ticli e Varaldi
di Marco Liguori e Salvatore Napolitano
5/12/2003
La ricetta è ampiamente sperimentata e gli ingredienti ormai noti.
Si prende una dose massiccia di svalutazione dei diritti pluriennali alle
prestazioni dei calciatori, usufruendo della famigerata legge definita «spalma
perdite», facciamo 242,005 milioni di euro. Vi si aggiunge un sostanzioso
strato di plusvalenze incrociate fittizie, facciamo 27,95 milioni. Si mischia
l'impasto ottenuto con un paio di condoni: il primo per chiudere le liti fiscali
pendenti dinanzi alla Commissione tributaria o al giudice ordinario, facciamo
2,389 milioni; l'altro, chiamato «tombale», atto a definire tutte
le posizioni relative a Irpef, Irap e Iva fino al 30 giugno 2001, facciamo
1,813 milioni. Infine, si condisce il tutto con un assegnino staccato dall'azionista
di maggioranza per ripianare le perdite nel bel mezzo della stagione: una
spruzzatina di 60,579 milioni. Si ottiene un piatto di gran moda, ma totalmente
indigesto a chi crede che le regole contino ancora qualcosa. Grosso modo è
questo il bilancio del Milan, chiuso al 30 giugno 2003: un ricettario della
furbizia.
Ma tutto ciò non è bastato per finire in utile. Infatti, in
via Turati è rosso continuo: 29,5 milioni di perdite, in linea con
i 33,22 dell'anno precedente. E non è stato sufficiente nemmeno il
record del fatturato, aumentato al massimo storico, per la prima volta oltre
i 200 milioni: esattamente a 203,852 milioni, il 28,33% in più dei
158,854 dell'esercizio precedente. Con i suoi 218,3 milioni incassati, solo
la Juventus è riuscita a far meglio: rossoneri e bianconeri sono stati
beneficiati dall'aver raggiunto la finale di Champions League nella scorsa
stagione. I conti del Milan riflettono la gioiosa abbondanza derivante dal
fatto che la squadra è il biglietto da visita del Cavaliere. In tempi
di generale carestia, la società rossonera ha potuto tranquillamente
permettersi un sostanzioso incremento degli stipendi elargiti: dai 121,588
milioni della stagione 2001-2002 ai 152,568 di quella 2002-2003. E' la conseguenza
di una campagna acquisti incentrata sugli arrivi di Alessandro Nesta, Rivaldo,
Clarence Seedorf e Jon Dahl Tomasson.
E le solenni promesse di risanamento, che sono state necessarie per ottenere
la legge 27 del 21 febbraio 2003, la cosiddetta «spalma perdite»?
Quelle le ha fatte il presidente della Lega calcio Adriano Galliani, mica
l'amministratore delegato rossonero Adriano Galliani. Il rosso di bilancio
è stato attutito drasticamente dalla legge 27 e dalle plusvalenze fittizie:
sarebbe stato infatti di 112,71 milioni senza il ricorso ad esse. Non avrebbe
creato però soverchi problemi ai conti rossoneri: l'azionista di maggioranza
Fininvest, leggasi Silvio Berlusconi, che controlla la quasi totalità
delle azioni, avrebbe semplicemente dovuto sborsare l'eccedenza di perdite,
rispetto a quelle iscritte a bilancio, di 83,21 milioni. Una bazzecola per
le tasche capienti del presidente del Consiglio, ma pur sempre un piccolo
fastidio da 160 miliardi e spiccioli di vecchie lire.
Il Milan ha infatti sfruttato in misura rilevante i benefici dell'ineffabile
«spalma perdite», svalutando il patrimonio calciatori nella misura
di 242,005 milioni. Tra le grandi che vi sono ricorse, solo l'Inter ha operato
un taglio più drastico. Come spiegato a pagina 37 del bilancio rossonero,
l'adozione della norma ha generato minori ammortamenti complessivi pari a
54,305 milioni. E gli ammortamenti, come chiunque sa, sono un costo. Ma non
è tutto: la Deloitte & Touche, società chiamata alla revisione
del bilancio, ha dovuto sottolineare che, se tale svalutazione fosse stata
imputata interamente al conto economico, «come previsto dalle norme
sul bilancio di esercizio contenute nel Codice Civile e dai principi contabili
di riferimento» l'aumento della perdita, e la contestuale riduzione
del patrimonio netto sarebbe stata pari a «217,805 milioni, ovvero l'ammontare
delle svalutazioni pari a 242,005 milioni meno la quota di ammortamento dell'esercizio
pari a 24,2 milioni». E qui il fastidio per la Fininvest sarebbe stato
un po' maggiore: un assegno da circa 422 miliardi di vecchie lire. Quanto
alle plusvalenze, il Milan non ha affatto perso il vizio degli anni passati,
iscrivendo a bilancio un totale di 28,908 milioni. Gli scambi con l'Inter
sono ormai assurti al rango di consuetudine, ma lo scorso giugno è
stato infranto il record: quattro carneadi hanno fatto il viaggio da Milanello
ad Appiano Gentile e viceversa. Quello di Simone Brunelli, Matteo Deinite,
Matteo Giordano e Ronny Toma verso l'Inter ha generato una plusvalenza fittizia
totale di 11,961 milioni. In cambio, sono però arrivati a prezzi folli,
in tutto 13,95 milioni, Salvatore Ferraro, Alessandro Livi, Giuseppe Ticli
e Marco Varaldi.
Nelle sue usuali operazioni, il Milan non si è accordato con la sola
Inter, ma anche con il Parma. Le cessioni di Marco Donadel, Davide Favaro
e Mirco Stefani, scambiati con Luca Ferretti, Roberto Massaro e Filippo Porcari,
hanno garantito 7,892 milioni di plusvalenza. Quanto ai rapporti con il Fisco,
è rilevante l'ammontare pagato dai rossoneri per aderire ai vari condoni
previsti dalla legge finanziaria 2003: 4,202 milioni complessivi, ossia 8
miliardi e 136 milioni di vecchie lire, sono la prova che la società
milanista non può godere dell'etichetta di contribuente modello. Solo
per fare due paragoni, la Juventus ha dovuto sborsare 755mila euro e l'Inter
una vera inezia: 68.698 euro.
Infine, il Milan continua a beneficiare dei privilegi dell'appartenere al
gruppo Fininvest. Lo ha segnalato, come accade ogni anno all'atto della certificazione
del bilancio rossonero, anche la Deloitte & Touche e se ne comprende bene
il perché: oltre ai 60,579 milioni di perdite ripianate dalla Fininvest
con decisione presa dall'assemblea straordinaria del 20 dicembre 2002, si
segnalano 11,333 milioni di ricavi ottenuti dal Milan per un accordo con Publitalia
`80, concessionaria di pubblicità del gruppo, un debito di 15,844 milioni
di natura finanziaria con la Fininvest, e qualche spicciolo per la cessione
dei diritti televisivi a R.T.I. delle insulse amichevoli estive.
Non solo la situazione economica è precaria, ma anche quella finanziaria
non è affatto brillante. Se la società supera indenne le tempeste
è solo perché ha le spalle coperte dalla Fininvest: e può
contare su aiuti importanti proprio per la sua appartenenza. Al 30 giugno
2003 la differenza tra debiti da un lato, e crediti e liquidità dall'altro,
era pari a 92,358 milioni. Uno squilibrio certamente rilevante che però
è di molto inferiore a ciò che sarebbe potuto essere. Infatti,
a quella data, il Milan aveva già incassato i proventi relativi alla
cessione dei diritti televisivi criptati sia per il campionato 2003-2004 che
per quello successivo: e si parla di circa 150 milioni, equivalenti a poco
più di 290 miliardi di vecchie lire. E' come se una famiglia avesse
incassato in anticipo due anni di stipendio: ma se un giorno il datore di
lavoro dovesse decidere di interrompere questa piacevole usanza, pagando alle
scadenze regolari di fine mese, per due anni la famiglia in questione non
incasserebbe più un centesimo: sarebbe perciò costretta a indebitarsi
con le banche o con i fornitori per far fronte alle spese. E naturalmente
subirebbe dei salatissimi interessi passivi, innescando un circolo vizioso:
nel caso del Milan, 150 milioni di prestito al tasso del 7,125%, riservato
alla clientela di primissimo ordine, produrrebbero un onere annuo di 10,69
milioni: un costo superiore a quello del promettente brasiliano Kakà.
(Fonti: www.ilmanifesto.it e www.indiscreto.it)
