Quando la vendita di Antonioli e Bombardini frutta mille euro
di Marco Liguori e Salvatore Napolitano
5/11/2003
Altro che Cristian Chivu, o John Carew, o Alessandro Amantino Foioli più
brevemente chiamato Mancini. La mossa estiva più azzeccata della squadra
giallorossa non è stata questo triplice acquisto: fondamentale è
stato aver convinto Capitalia a concedere una fidejussione da 30 milioni di
euro. Essendosi legato al potente gruppo bancario, Franco Sensi si è
coperto le spalle sul versante della Federcalcio: come è ormai noto
a tutti, il presidente della Figc, Franco Carraro, è anche il numero
uno di Mcc, banca d'affari della galassia Capitalia. Ma, avendo chiesto l'aiuto
di Cesare Geronzi, Sensi ha fatto il primo passo verso la porta di uscita
di Trigoria, cui verrà accompagnato proprio dal numero uno di Capitalia.
Non è un mistero che, alla guida della Roma, Geronzi gradirebbe la
Lamaro Costruzioni, della quale sono a capo i fratelli Pierluigi e Claudio
Toti. Il primo, guarda caso, siede nel consiglio di amministrazione della
banca romana, e il suo gruppo è entrato a far parte del nucleo dei
soci forti, riuniti nel patto di sindacato. L'addio di Sensi appare inevitabile
anche perché gli ultimi conti della Roma sono disastrosi: beninteso,
non c'è nulla di sostanzialmente diverso rispetto all'anno precedente.
Solo che adesso se ne sono accorti tutti: e il motivo è semplice. La
società giallorossa non ha più fatto quel massiccio ricorso
alle plusvalenze incrociate e fittizie, che avevano tappato le falle nell'esercizio
chiuso al 30 giugno 2002. Con quell'espediente, che provocò benefici
sul conto economico per 95,38 milioni di euro, grazie alla vendita di 20 giocatori
semisconosciuti perlo più a squadre di serie B, la Roma chiuse con
un utile risicato di circa 787mila euro. Senza quell'espediente, il bilancio
al 30 giugno 2003 è andato in rosso di 104,7 milioni.
Per capire come sono cambiati i tempi, basta pensare a due cessioni: quelle
di Francesco Antonioli alla Sampdoria e di Davide Bombardini alla Salernitana.
In tutto hanno fruttato alle casse giallorosse 1.032 euro: la miseria di due
milioni delle vecchie lire. Ma il buco dell'ultimo esercizio sarebbe stato
ben superiore se la società non si fosse avvalsa della legge 27 del
2003, più comunemente nota come legge «spalma perdite«:
è quell'obbrobrio contabile che permette di svalutare il patrimonio
calciatori o, per dirla in termini più corretti, il valore dei diritti
alle loro prestazioni, ripartendo il minor valore in dieci rate annuali. Ma
l'11 novembre prossimo l'Unione europea aprirà la procedura di infrazione
contro l'Italia, ritenendo che lo «spalma perdite» violi sia la
normativa sugli aiuti di stato che quella relativa alla redazione del bilancio,
secondo quanto disposto dal Codice Civile e dalla Quarta direttiva Cee.
Sorgerebbero ulteriori problemi in casa giallorossa: applicando la legge 27
la Roma ha svalutato il patrimonio calciatori per 133,6 milioni. Come ha ammesso
la stessa società a pagina 32 del suo bilancio l'adesione alla legge
27 «ha determinato un beneficio complessivo lordo sul risultato di esercizio
e sul patrimonio netto di 28,665 milioni; ovvero di 27,447 milioni al netto
dei relativi effetti fiscali».
Ma c'è un problema aggiuntivo. La legge ha consentito alla Roma, e
alle altre che ne hanno usufruito, ossia Inter, Lazio, Milan e Parma solo
per citare le più importanti, di iscrivere 120,283 milioni nell'attivo,
derivanti appunto dalla svalutazione operata. Ma è un valore assolutamente
fittizio. Facciamo un piccolo esempio per capire meglio la sostanza della
legge. E' come se, avendo acquistato delle azioni a 1.000 euro ed essendosi
accorto che il loro valore è diminuito permanentemente a 200 euro,
un risparmiatore potesse dire di detenere nel suo portafoglio non solo titoli
del valore di 200 euro, ma anche titoli svalutati del valore di 800 euro.
Peccato però che quegli 800 euro si siano volatilizzati, avendo fatto
pertanto diminuire il patrimonio del risparmiatore. Se alla chiusura della
procedura la Commissione europea dovesse bocciare definitivamente la legge
27 quei 120,283 milioni iscritti nell'attivo, grazie all'ineffabile normativa,
rappresenterebbero un buco secco di bilancio.
Lo ricorda la società di revisione Grant Thornton, chiamata a certificare
il bilancio giallorosso: senza la sua applicazione sarebbe emerso «un
aumento della perdita di esercizio di circa 120 milioni». Com'è
ovvio, anche un buco del genere dovrebbe essere immediatamente ripianato:
per sua causa infatti il capitale netto diventerebbe addirittura negativo.
Tornando ai conti 2002-2003, il fatturato si è attestato a 134,09 milioni:
per ogni euro incassato la Roma ha speso perciò un euro e 78 centesimi.
Un inevitabile peggioramento si è manifestato sul versante finanziario,
perché il costante predominio dei costi sui ricavi genera più
debiti che crediti. Al 30 giugno 2003 i primi superavano i secondi di 195,36
milioni: in vecchie lire si tratta di 378 miliardi. Con buona pace del presidente
Sensi che l'altro ieri ha dichiarato che «le società pagano l'Irpef
al 100% e molti club sono costretti a ricorrere a molti sotterfugi. Io non
li faccio».
I debiti più ingenti erano verso Erario, Enti previdenziali e tesserati:
54,43 milioni per ritenute Irpef sugli stipendi dei calciatori, 13,93 per
Iva, uno per contributi e 44,13 per stipendi. Come abbia fatto la società
a superare l'esame di iscrizione al campionato, anche prescindendo dalla vicenda
estiva delle false fidejussioni, resta un mistero. Per tappare qualche falla,
la Roma non ha usufruito solo della legge «spalma perdite»: ha
aderito, sempre per smentire il presidente, al condono fiscale e alla sanatoria
con la quale ha definito le controversie relative alla tassazione ai fini
Irap delle plusvalenze derivanti dalla cessione dei calciatori.
E nei primi mesi del 2003, l'azionista di maggioranza, ossia la Roma 2000
srl, a sua volta posseduta interamente da società del gruppo Sensi,
aveva rinunciato in via definitiva alla restituzione di un finanziamento infruttifero
di 60 milioni. Nel giugno successivo si è poi accollata debiti verso
la Banca di Roma per 10 milioni. Queste misure hanno soltanto consentito alla
barca di non affondare subito, procrastinando a tempi più propizi l'inevitabile
ridimensionamento dei costi. Non stupisce allora la diagnosi della Grant Thornton,
emessa il 16 ottobre: «Non siamo in grado di esprimere un giudizio sul
bilancio d'esercizio al 30 giugno 2003». La società di revisione
ha così argomentato: ci sono una «significativa perdita»,
una «situazione di tensione finanziaria», la «necessità
di un'operazione di ricapitalizzazione di maggiore entità rispetto
a quella indicata per 37,5 milioni», il rischio di un «aggravio
al conto economico di circa 11 milioni» nel caso in cui la società
non sia in grado di versare entro il prossimo 3 novembre un debito con il
Fisco.
E il primo trimestre 2003 è cominciato con lo stesso andazzo: al 30
settembre la perdita è ammontata a 25 milioni. Si va sempre avanti
al ritmo di poco più di 8 milioni di buco mensile.
(Fonti: www.ilmanifesto.it e www.indiscreto.it)
