Lo straordinario piano di risanamento della Lazio
di Marco Liguori e Salvatore Napolitano
28/7/2003
E' una confessione in piena regola, per giunta ribadita. Peccato che nessuno,
specialmente ai piani alti della Federcalcio, della Covisoc e della Lega,
abbia avuto voglia di prenderla in considerazione, né sembra abbia
intenzione di farlo nei prossimi giorni. Del resto, come è ormai noto
a tutti, questa distrazione verso i conti della Lazio è una disdicevole
consuetudine. La confessione in questione è stata firmata da Luca Baraldi.
L'amministratore delegato della società biancoceleste l'ha affidata
alle pagine 10 e 84 del «Prospetto informativo dell'aumento di capitale»,
appena terminato con successo, e depositato presso la sede della Consob, la
commissione di controllo sulle società quotate in Borsa. In esse si
legge che al 31 marzo scorso il rapporto tra ricavi e indebitamento era pari
a 0,47: dunque, ben al di sotto di 3, valore minimo richiesto dalle norme
federali per l'ammissione al campionato. Per i lettori del Manifesto non è
una novità, poiché nel numero del 3 maggio scorso il valore
del parametro era stato stimato intorno a 0,45. L'interrogativo sorge allora
immediato: come ha fatto il rapporto a balzare in poco meno di quattro mesi
da 0,47 a 3? Sono i misteri che abbondano da tempo in casa laziale. Basta
però un calcolo aritmetico da scuola elementare per chiarire la situazione.
I ricavi della Lazio dell'esercizio precedente erano ammontati a 111,9 milioni
di euro. Dunque, affinché il rapporto potesse valere lo 0,47 ammesso
da Baraldi, l'indebitamento doveva essere di 238,08 milioni. Anche ipotizzando
che dal 30 marzo ad oggi esso non sia aumentato, circostanza irrealistica
perché la gestione produce da un paio di anni perdite mensili nell'ordine
dei 7 milioni, l'aumento di capitale da 110 milioni appena concluso ridurrebbe
l'indebitamento a 128,08 milioni. Dunque, il rapporto sarebbe pari a 0,87,
ampiamente lontano dal traguardo imposto dalle Noif.
Eppure la Lazio ha superato di slancio l'esame della Covisoc. Il motivo potrebbe
essere ricercato nel fatto che a Formello abbiano contabilizzato il debito
verso l'Erario, che al 30 aprile scorso ammontava a 75,5 milioni, come se
già fosse stato suddiviso in dieci annualità. E dunque abbiano
considerato solo la prima rata da 7,55 milioni. Ciò per la richiesta,
fatta all'Agenzia delle Entrate di Roma, di suddividere il pagamento proprio
in dieci parti. Ma un simile modus operandi non regge: perché mai l'Erario
dovrebbe accettare la richiesta laziale, per giunta senza alcuna garanzia
bancaria? E perché mai la Covisoc avrebbe chiuso gli occhi, dando per
scontato il sì dell'Erario? E' il solito, gigantesco problema del conflitto
di interessi, che riunisce nella stessa persona, Franco Carraro, il ruolo
di presidente federale e di presidente di Mcc, banca d'affari del gruppo Capitalia,
azionista della Lazio nonché garante del successo del recente aumento
di capitale. Lo stesso Baraldi era consapevole della difficoltà di
soluzione del problema con il Fisco, perché, per ben cinque volte,
nel Prospetto informativo ha ripetuto che «il Piano di ristrutturazione
e quello industriale si fondano sull'ipotesi che la Società riesca
ad ottenere dalle competenti Autorità una congrua rateizzazione non
accompagnata da garanzie esterne, per le quali le banche che garantiscono
il buon esito dell'aumento di capitale, si sono dichiarate non disponibili».
Basta andare alle pagine 10, 26, 45, 55 e 84 per leggere questa litania. E
se le banche hanno negato le garanzie è perché Baraldi le ha
chieste, ben conoscendo l'obbligo di legge.
Infatti, la normativa che disciplina le dilazioni di pagamento verso l'Erario
si regge sull'articolo 19 del D.P.R. 602 del 1973. In esso è scritto
che la rateizzazione può essere concessa per un massimo di 60 rate
mensili (dunque cinque anni e non dieci come vorrebbe la Lazio) con l'obbligo
di garanzie bancarie se il debito supera i 50 milioni. Attenzione: si tratta
di lire e non dei 75,5 milioni di euro, poco più di 146 miliardi della
nostra vecchia valuta, dovuti dalla Lazio. Né appare applicabile il
punto 3 dell'articolo 3 della legge 178 dell'8 agosto 2002, che consente all'Agenzia
delle entrate di concedere la dilazione «anche a prescindere dalle condizioni
di cui all'articolo 19» in caso di «accertata maggiore economicità
e proficuità rispetto alle attività di riscossione coattiva,
quando nel corso della procedura esecutiva emerga l'insolvenza del debitore
o questi è assoggettato a procedure concorsuali». La Lazio non
rientra assolutamente in alcuna di queste ipotesi. Di più, il Fisco
è tenuto ad incassare subito il suo credito, in presenza dei mezzi
freschi provenienti dall'aumento di capitale. Resterebbero dunque 30 milioni
di euro liquidi, del tutto insufficienti a sanare la situazione economico-finanziaria.
Per cui il piano di ristrutturazione, per attuare il quale la Lazio ha chiesto
i soldi al mercato, si fonda su una circostanza estremamente aleatoria.
(Fonti: www.ilmanifesto.it e www.indiscreto.it)
